Claudio Trionfera

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Così Maria, Madre di Gesù, il cinema non l’aveva ancora vista. Senza Bambino, senza l’ombra lunga della Croce a oscurarle il capo e le lacrime, senza le altre tracce dell’iconografia più consumata.

È avanti con gli anni ma ancora giovine la Madonna raccontata in Piena di Grazia (dal 27 febbraio in sala), regìa di Andrew Hyatt, trentaquattrenne del Colorado dall’esperienza essenziale (due film girati finora, l’horror The Frozen nel 2012 e il thriller psicologico The Last Night nel 2013) e qua protagonista di una intuizione originale: quella di trasferire sullo schermo gli ultimi giorni della vita di Maria (l’attrice algerina Bahia Haifi) che lentamente si spegne come le candele che la illuminano nell’oscurità, tremule e fioche. Giorni difficili, non solo per la morte che s’avvicina e che peraltro lei aspetta con serenità celeste, si direbbe con speranza quando dice “il mio tempo sta per arrivare”; ma anche e soprattutto per l’arrivo al suo capezzale di Pietro l’Apostolo (Noam Jenkins), in nome degli altri apostoli e di tutti i cristiani consapevoli, macerati nei dubbi corrosivi sull’interpretazione della Dottrina.

Il momento del dubbio

I Comandamenti, la Fede. La Chiesa ad un bivio “da Gerusalemme a Ponto”. Cristo non più visibile già da un decennio. Pietro, cui tutti chiedono di continuare a guidare il popolo dei fedeli e divulgare il verbo del Figlio, vive una crisi d’entusiasmo nell’incapacità di superare il momento del dubbio e dello smarrimento, nel timore di non ritrovare la forza di affermare e riaffermare i principii del suo credo. “La Chiesa non può fermarsi adesso – afferma - non ora”. Impresa non facile, del resto, quando tra i cristiani si manifesta il rifiuto dell’autorità dei Comandamenti, si promuovono perversioni della carne, si nega il concetto di Trinità, serpeggiano strane idee tipo “Cristo non è mai stato uomo ma solo spirito” e c’è chi pretende “di essere fratello, sorella, perfino moglie del Signore”.

Speranze e nuove certezze

Deviazioni, interpretazioni “altre”. Teme, Pietro, chi utilizza la parola di Cristo a proprio uso e consumo; e il giorno nel quale “diventeremo solo uno slogan e qualcuno sfrutterà la causa per i propri interessi o per fare del male agli altri”. Nel lungo dialogo con la Madre santa assistita dalla giovane Zara (Merik Tadros) nascono però speranze e nuove certezze, nella fede di lui e nella limpida spacatezza di lei che sussura “Fede non è spiegare le cose ma viverle e respirare e camminare nella luce che è sopra di noi: il Signore è andato via perché potessimo cercarlo e trovarlo, Egli è dentro di noi”, così come è stato per nove mesi nel suo grembo.

Queste e altre parole illuminanti nel  confronto risolutivo. In un film del tutto estraneo alle convenzioni del cinema biblico, interamente poggiato sui contenuti e sul dialogo attorno alle difficoltà di costruzione della Chiesa originaria. Ritorna anche visivamente, facendosi strada nell’oscurità dominante e macchinandola in radi flashback, il concetto di luce divina nei passaggi che riprendono Pietro sulla sua barca nel ricordo della Pesca miracolosa e Maria di Nazareth nell’attimo, altrettanto miracoloso, del Concepimento.

Il simbolo di un “leader” esitante

Senza che mai, però, il racconto scivoli sulle retoriche e sui facili lirismi di una rappresentazione magniloquente e reverenziale; restando piuttosto assicurato ad una cifra molto apprezzabile di realismo, di semplicità e di concretezza: sia nell’azione scenica sia nei protagonisti,  cui danno spessore due attori capaci di recitare in raccolta ispirazione la loro identità umana e, al medesimo tempo, trascendente. Con un occhio all’attualità della figura di Pietro, esplicitamente e simbolicamente descritto dal regista come un leader esitante dinanzi alla difficoltà di dialogare col suo popolo; e, allargando la prospettiva, alle incertezze di una umanità alla ricerca della fede per ritrovare il proprio cammino.

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