Claudio Trionfera

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Più di 22 milioni in un weekend, seppure plurifestivo e a tratti bagnato dalla pioggia (insostituibile amica del boxoffice cinematografico), sono davvero tanti. Troppi? No.

Perché Quo vado? Arriva all’apice di una sequenza di numeri importanti e di una progressione non casuale. Successi di questo genere, che con Checco Zalone accostano finalmente il cinema italiano,  una sua star e le cifre corrispondenti in termini di spettatori e d’incassi, alle produzioni americane o, per restare nei paraggi europei, ad alcune di quelle francesi, non sono accidentali o frutto di quell’effetto “palla di neve che diventa valanga” capace, spesso, di influenzare senza motivo apparente il consumo collettivo. Insomma, dietro ad ogni affermazione – artistica, in questo caso – ci sono motivi plausibili, costruzioni, studi. Cerchiamo di capire quali in cinque punti.

1) C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico
Uno e trino. L’uomo Luca, l’attore Zalone e il personaggio Checco sono sempre la stessa persona, molto identificabile dallo spettatore smarrito nella dispersione dei concetti e dei contenuti. Senza pesare il valore di raffronti che qualcuno potrà opinare o ritenere spropositati, si pensi da De Curtis-Totò, Chaplin-Charlot, Tati-Hulot. E via così. Non l’arte in sé ma la formula e i suoi effetti. La costruzione del personaggio prescinde solo in parte dalla potenzialità della sua offerta ma ne determina il riconoscimento e ne rafforza la proposta e il progetto. Nella novità, dunque, anche gli elementi di una ricetta sperimentata e molto valida nel cinema comico ma non per questo facile da applicare. Motivo in più per dispensare a Zalone un plauso meritato.

 

2) L’idea di una comicità “altra”
Il dialetto pugliese conosce una fase fortunata al cinema. Ovviamente anche grazie a Checco Zalone.  Il quale proprio sui migliori indirizzi dialettali, che restano il cardine della commedia italiana, edifica una sua personalissima formula espressiva, dove il graffio è morbido ma incisivo, la battuta e il gusto della gag si esprimono sempre al momento giusto, con cadenze ragionate, tempi comici meditati. Senza che tuttavia questa evidente sollecitudine vada a scapito della spontaneità e della sorpresa, dei cambi di direzione narrativa. Non ci sono, qua, molti termini di confronto. L’arte di  Zalone è “altra”. Intelligente, genuina e non volgare, non si risparmia la sortita sul sesso, esalta la mimica, rifiuta il doppio senso e l’equivoco come sistema.

3) Ma non è l’italiano medio
C’è un gran vociare attorno al suo successo. Tra riflessioni metaculturali e qualche sciocchezza, come ad esempio quella di tirarlo per la giacca ed etichettarlo di destra o di sinistra. In realtà non c’è di peggio che strumentalizzare politicamente il personaggio, pratica, questa sì, da “italiano medio”. Zalone ha una sua tipicità. Crea distacco con la realtà rappresentata e la interpreta secondo i suoi codici non necessariamente “morali”. Come seppero fare il primo Sordi e, dopo di lui, Troisi. Andrebbe definito, piuttosto, come l’italiano sentimentale, quello che sulla cover del cellulare ha impressa la foto della mamma senza che questo gli impedisca di innamorarsi di una ragazza, che ama le sue origini senza che questo gli impedisca di trapiantarsi e rinascere ogni volta. Non è il macho e non è il suo contrario, forse rassomiglia a nessuno e per questo piace a tutti.

4) Critica sociale? Ballata ironica, piuttosto
I grandi comici hanno sempre stabilito un punto di osservazione specifico sul loro contemporaneo sociale. Zalone conferma. Ma chi lo vuole fustigatore si sbaglia.  È il comico della ballata ironica su certi aspetti della società, ne recupera la matrice di osservazione popolare rielaborandola in termini di allegra analisi su difetti e pregi, con l’obiettivo di divertire guardandosi bene dal trasformare tutto in satira. Non solo quello, ovviamente, ma è il segmento preferito dal pubblico. Nei motivi sociali preferiti ha scelto costantemente il tema del lavoro. Accade da quattro film. Il lavoro ora cercato, ora difeso con le unghie e con i denti, ora inventato e reinventato. Il lavoro che ha portato il personaggio di “Checco” in giro per l’Italia e negli angoli più remoti della terra. Non senza dare qualche sculacciata a chi quel lavoro ce l’ha, magari col “posto fisso” statale, famigerato per i privilegi e le protezioni che consente.

5) Gennaro Nunziante, la macchina produttiva
Nunziante è il “suo” regista, il suo autore. Ha diretto tutti i film, da Cado dalle nubi a Che bella giornata, da Sole a catinelle a Quo vado? Pugliesedi Bari c ome lui. Imprescindibile. Scrive con Zalone soggetti e sceneggiature, lo ispira e ne viene ispirato. E’ uno dei segreti del successo di Checco. Ne interpreta in modo perfetto il personaggio, dirigendolo all’interno di un sistema narrativo acuto e intrigante, impostato sui ritmi narrativi, su un montaggio che privilegia la brevità delle singole scene, sull’esaltazione mai esibita della battuta di dialogo senza mai rinunciare, nel rigore che gli si conosce, ad una certa eleganza nella rappresentazione. Accanto alla regia, dietro le quinte e nel background, una macchina produttiva e distributiva (Taodue, Medusa Film, Mediaset) capace di trasformare un’idea di cinema, appunto, in cinema.

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