Pasolini, a Venezia l'ultimo suo giorno di vita secondo Abel Ferrara

Il regista americano porta al Lido un ritratto tutt'altro che appassionante. Senza colpe l'attore Willem Dafoe - Venezia 2014

Willem Dafoe (a sinistra) e Abel Ferrara – Credits: Tiziana Fabi/AFP/Getty Images

Simona Santoni

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Tiepidi applausi accolgono uno dei film più attesi alla Mostra del cinema di Venezia, Pasolini di Abel Ferrara. È invece caloroso il battimani che accompagna il regista americano in sala stampa: un omaggio alla sua carriera più che all'opera che ha portato in concorso al Lido, poco convincente seppur animata dalle migliori intenzioni. Nessuna colpa ne ha Willem Dafoe, che ha impersonato in maniera profonda e fisica Pier Paolo Pasolini, restituendoci quel corpo magro e nervoso, percosso brutalmente e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia di Ostia il 2 novembre 1975. 

L'autore de Il cattivo tenente racconta l'ultimo giorno di vita del regista, scrittore e poeta italiano volendo portare sullo schermo non solo le sue azioni ma anche la sua mente, le creazioni e le convinzioni di quelle 24 ore finali. Tutto parte da un'intervista rilasciata per l'uscita del discusso Salò o le 120 giornate di Sodoma, di cui è mostrato anche uno spezzone. Poi vediamo Pier Paolo nella sua abitazione di Roma con la madre (Adriana Asti), mentre riceve la visita dell'amica Laura Betti (Maria de Medeiros) o quando rilascia la sua ultima intervista a Furio Colombo (Francesco Siciliano), intento a scrivere a macchina con la sua Lettera 22 o a consigliare la lettura de La scomparsa di Majorana di Sciascia alla cara cugina Graziella (Giada Colagrande).

Ferrara osa anche mettere in scena Petrolio, il romanzo incompiuto di Pasolini, di cui è protagonista il brillante ingegnere Carlo (Roberto Zibetti) dall'identità sdoppiata, angelico e sensuale, e si prende il rischio di dar vita pure a Porno-Teo-Kolossal, la pellicola incompiuta di Pasolini, che avrebbe dovuto coinvolgere Eduardo De Filippo: ecco così che Ninetto Davoli interpreta Eduardo nel ruolo del re magio Epifanio, mentre Riccardo Scamarcio è Davoli da giovane, nella parte dell'angelo Nunzio. 

Il cineasta americano non ha poi dubbi sulla morte dello scrittore e non lascia spazi a teorie del complotto e a misteri di natura politica o a oscure trame. "Che non si sappia chi l'abbia ucciso è una grande balla dei giornalisti", sostiene sicuro Ferrara. "Per questo film il punto era però cercare di parlare della sua vita, del suo lavoro, delle sue passioni". E ancora: "Pasolini non ha mai avuto paura di niente. È una di quelle persone di un'altra generazione che avevano forza nella loro personalità".

Ecco, appunto. Una personalità di portata traboccante e potente, come non emerge dal film. Nel tentativo di ricostruzione immediata e precisa, la narrazione non accende l'animo dello spettatore, restituendogli rimandi deboli e pallidi. 

In Italia il film arriverà tradotto; nella versione originale però c'è un balletto di lingue. Dafoe nelle battute più brevi parla in italiano dal forte dolce accento americano, mentre nelle interviste e nei dialoghi più lunghi recita in inglese: giusto così. Sarebbe stato truce sentirlo enunciare le riflessioni di Pier Paolo in quell'italiano a stelle e strisce. Com'è tutt'altro che gradevole sentire Valerio Mastandrea (nei panni del cugino Nico Naldini) o Adriana Asti recitare in inglese momenti di quotidianità romana.

Uno degli episodi più emozionanti? Pasolini che in un campaccio in terra gioca a calcio con alcuni "ragazzi di vita".
Bella la colonna sonora, che passa da Bach alla Cavatina di Rosina del Barbiere di Siviglia interpretata da Maria Callas al Ritornello delle lavandaie del Vomero. 
"Gran parte delle musiche presenti sono quelle che Pasolini ha usato nei suoi stessi film", dice il montatore Fabio Nunziata. 

"Appena inizio a parlare di Pier Paolo mi metto a piangere", confessa teneramente Adriana Asti, che di Pasolini era grande amica. "Ho saputo della sua morte sul set di L'eredità Ferramonti. Pensavo fosse immortale". 

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