Claudio Trionfera

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Ogni riferimento a cose e persone esistenti o fatti realmente accaduti non sembra, stavolta, puramente casuale. E Roma, in verità, con tutte le sue tramine sotterranee, i suoi faccendieri, il suo viluppo di appalti finalizzati in modo poco chiaro o addirittura pilotati nelle sfere malaticce della cosiddetta Mafia Capitale si adatta a questa eccezione della tradizionale formula cinematografica.

Sulla quale, col tempismo e l’intuizione proverbiali, Carlo ed Enrico Vanzina (regista il primo, sceneggiatore con lui il secondo nella rituale formula cooperativa di “indivisibili”) costruiscono il loro cinquantanovesimo film Non si ruba a casa dei ladri (in sala dal 3 novembre): che tra l’altro – e il dato non è trascurabile – celebra brillantemente il quarantennale esatto dell’attività dei due fratelli incominciata nel 1976 con Luna di miele in tre.

Ai confini della cronaca
Insomma una vicenda che pare cronaca, ovviamente indirizzata sulla pista della commedia. Con due protagonisti-antagonisti: Simone Santoro (Massimo Ghini), trafficone e manovratore di appalti, legato alla politica romana più corrotta; e Antonio Russo (Vincenzo Salemme), titolare di un’impresa di pulizie che, per colpa dell’altro e dei suoi imbrogli, perde un’importante concessione cui avrebbe, onestamente, diritto, precipitando nel fallimento.

In povertà e senza più una casa, Antonio decide così di vendicarsi, scoprendo per caso che il proprietario della sontuosa villa dove, per sbarcare il lunario, è andato a fare il domestico in coppia con sua moglie Daniela (Stefania Rocca), è proprio Simone, che colà vive beatamente con la vistosa compagna Lori (Manuela Arcuri).

Rappresaglia diabolica
Così, a furia di servire il suo nuovo “padrone” e conoscerne segreti  e frequentazioni, Antonio trova in quella dimora di lussi sfrenati le prove che inchiodano Simone, non solo delle consumate corruzioni ma anche e soprattutto delle cospicue  “mazzette” ricevute, tramutate in autentica e milionaria fortuna depositata in una banca svizzera.

Ma anziché denunciarlo e poco fidandosi dei corsi giudiziarii, preferisce consumare la sua rappresaglia escogitando diabolicamente un “colpo” beffardo ai danni dell’altro, mettendo su una banda degli onesti immiseriti - tra i quali il Giorgio Bonetti (Maurizio Mattioli) ex venditore di macchine diventato per necessità autista di limousine – e sostituendosi a lui con un astuto scambio di persona e di passaporti quando egli, avvisato di arresti eccellenti e pericolosi, decide di andare a Zurigo per ritirare tutti i suoi soldi.

Con un occhio al “classici”
Riuscirà Antonio, scortato da Daniela, a raggiungere la banca svizzera prima di Simone e rubargli il malloppo? Il corso della storia e il suo orientamento indicherebbero il “sì”.

Anche se gli esiti di genere possono rilanciare, inaspettatamente, il tema della sorpresa.

Tra le pieghe di una commedia fresca, etica, sociale e felice, certamente riuscita e volutamente ispirata ai migliori referenti classici italiani (Carlo Vanzina cita non casualmente Dino Risi e In nome del popolo italiano, ma si possono aggiungere altri esemplari stilistici associati ai nomi di Nanni Loy, Mario Monicelli, Pietro Germi e via così, oltre, naturalmente, taluni espedienti teatrali e letterari).

Con personaggi molto vividi e una rivisitazione ambientale certamente colorita e colorata secondo i moduli propri del cinema vanziniano; qua arricchito, guarnito e, per così dire, rimpolpato da un’attenzione quasi meticolosa per i particolari linguistici e gli intrecci ben argomentati di un certo malaffare “capitale” (e non solo, vale la pena di aggiungere).

Molte risate, attori virtuosi
Una vigilanza e un impegno estesi, oltre le situazioni narrative in sé, ai raccordi di sceneggiatura, alla gestione simmetrica dei personaggi e ad una scrittura dei dialoghi ispirata e briosa; dove le battute, spesso esilaranti, invogliano alla risata appagante e non crassa, frutto di una vena intelligente quanto caustica.

E se il risultato finale è tanto pregevole e perfino scintillante, molto lo si deve agli attori, non costretti ad inseguire amori e divagazioni estive ma calati in parti impegnative e solide, pure nella leggerezza del tocco che attraversa tutto il film e che li abbina al racconto senza trasformarli in macchiette o, peggio, in figurine di abusata volgarità.

Vincenzo Salemme è il napoletano rovinato dal romano Massimo Ghini, poi gabbato a sua volta. Antonio contro Simone. Un bel contrasto capace di accordare il talento di entrambi, ciascuno sulle sue corde migliori, insieme nella formulazione di una coppia essenzialmente comica,  integrata però da sostanziosi contributi di umanità, debolezza, furbizia.

Caratteristiche che si associano in gran parte  agli altri artisti principali, a cominciare da Maurizio Mattioli che con il suo venditore metamorfico d’auto divenuto chauffeur non si sottrae ad una specie di malinconica, crepuscolare grandezza pur mantenendo le sue tipicità brillanti.

E proseguendo nelle due antitetiche figure femminili, Stefania Rocca e Manuela Arcuri, moglie e compagna dei contendenti: asciutta e implacabile l’una nel  perseguimento di un sacrosanto riscatto civile; d’impressionante spiritosa fisicità l’altra, humour e autoironia al servizio di un personaggio pacchiano alla ricerca d’un improbabile raffinement.

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