Claudio Trionfera

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Se pensi a Peter Weir e al suo Picnic ad Hanging Rock del 1975 (non al para-sequel un po' profanatore della miniserie tv in onda di questi tempi) non ti sbagli troppo; neppure t’inganni se rumini certe intuizioni narrative del primo Wim Wenders. Perché Noi siamo la marea (nella sale dal 21 giugno, durata 84’), opera prima del tedesco 34enne di Adenau Sebastian Hilger, va dritto nei misteri di un’intera scolaresca di ragazzini scomparsi, in pratica tutti i bambini del paese spettrale, costiero e nordico di Windholm, teatro di un film trascendente e allegorico, certo di grande suggestione visiva e sostanziale, sospeso tra mistery e fantascienza.

Sono rimasti soltanto gli anziani e i genitori disperati

È là che il mare, un giorno lontano del 1994, s’è ritirato per sempre con la marea, portandosi dietro e facendo sparire nel nulla le anime e i corpi dei più piccoli; lasciando nel villaggio solo gli anziani, i genitori disperati, poca gente, ma ostile e rabbiosa. Ed è là che arriva, dall’università di Berlino, il giovane ricercatore di fisica Micha (Max Mauff) con la figlia del suo professore, Jana (Lana Cooper), per indagare sugli eventi e verificare una propria teoria legata alle anomalie gravitazionali e forse applicabile all’interruzione del flusso marino.

L’ambiente sospettoso e malevolo protetto dai militari

Impatto complicato con l’ambiente sospettoso e malevolo, protetto dai militari come fosse un’Area 51, incursioni in tute protettive sulla spiaggia sterminata, irreale, sinistra, immota. Di anomalie gravitazionali, ad approfondire l’enigma che grava su quel luogo (che non proprio casualmente porta il nome del teatro medievale d’un videogioco super-teen come La Profezia di Pendor), neanche l’ombra.

In compagnia dell’unica scampata al dissolvimento

E la soluzione, forse, non sarà definitiva nell’epilogo che neppure alla lontana converrà svelare, tra apparizioni (forse) fantasmiche e dimensioni ultra che poco a poco si vanno disvelando per i due esploratori dell’ignoto accompagnati da una “guida” che aggiunge, se possibile, altri interrogativi all’intrico: Hanna (Swantje Kohlhof), una ragazza del posto che è l’unica, fra i suoi coetanei di allora, ad essere scampata al dissolvimento.

Essenze, ombre e presenze su una distesa lunare

La riva livida e metallica, desolata come il suolo lunare col suo mare dissecato per chilometri quasi trascinato da una gravità repulsiva come la materia scura, contiene essenze, ombre, presenze. In questa Dead Zone la regìa, assistita dalla fotografia evocativa ed elettrica di Simon Vu, perlustra gli strati superficiali di un mistero insondabile custodito da quei ragazzini e dalla loro voglia di alterare lo spazio e fermare il tempo. Magari accompagnati dal messaggio di Hilger, un po’ impegnativo e iperbolico sulle intenzioni e le soluzioni dei bambini rispetto ad un mondo che, così com’è, a loro proprio non piace. E dal quale, semplicemente, “si ritirano”. In pieno riflusso.

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Voto: 3/5
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