Bukowski
Cinema

You Never Had It, una serata con Bukowski – La recensione

Alle Giornate degli autori/Venice Days un’intervista inedita di Silvia Bizio allo scrittore: è il 1981 e il ritratto che ne nasce affascina e sorprende

Charles Bukowski, Buk, Henry Chinaski detto Hank e via così, randagio e ansante, catturato sul suo divano délabré e comunque non in rovina come l’immagine che ha spedito attraverso la scrittura. Eccolo, inedito  e sotterraneo, raschiato, stropicciato e disincantato, qualche volta beffardo, qualche altra malinconico. Eccolo, spuntare da You Never Had It - Una serata con Bukowski, presente ai Venice Days della Mostra del cinema, dove la traccia inglese del titolo è parte di una sua citazione (Humanity, you never had it to begin with.) e il fiume di parole sparse in 45 minuti di film esuberante, sorprendente e suggestivo raccontano un mondo di pensieri e di macchine per scrivere tikkettanti nella notte.

Tutto in una notte

Un’intervista video vecchia di trentacinque anni, fatta nell’81 da Silvia Bizio (la regia è di Matteo Borgardt) che aveva incominciato la sua carriera di giornalista a Los Angeles, set naturale la casa californiana dello scrittore a San Pedro, attorno a lui Linda Lee Beighle che sarebbe diventata sua moglie, Michael Montfort, il fido fotografo di quel diario di viaggio in Europa diventato libro nel ’79 col titolo Shakespeare non l’avrebbe mai fatto. E via così, montagne di sigarette consumate e riaccese, calici di vino rosso sorseggiato con rituale sistematico e implacabile, bottiglie stappate.

Tutto in una notte. Tutto in una sintesi estrema: la scrittura, il sesso, l’infanzia, l’essere sano e normale che per Hank non sono le parole giuste, piuttosto è corretta la naturalezza. Più che dei ricchi che giocano a golf (“oh, ma anche di quelli, poi”) parla dell’idraulico, dell’operaio e del barista, roba di tutti i giorni. E del sesso, “che vende meglio di ogni altro argomento” ma che lui ha smesso di fare predicando l’astinenza e preferendogli, al caso, un monologo di Johnny Carson.

Quell’America che non c’è più

Sigarette, vino rosso, sigarette, bottiglia stappata, vino rosso. Buk è come se dialogasse in trance, però presente come il suo presente che è, al tempo stesso, il passato che ritorna. A volte simulato come le immagini della Los Angeles di oggi girate in superotto come se fosse la L.A. di ieri, sbiadita, opaca, evocativa e tremolante, quella di un’America che non c’è più e fa da sottofondo alla sua voce che legge poesie, come proveniente da un reading invisibile: You Know and I Know and Thee Know, Hemingway, Art, Consummation of Grief, Confession, These Son of Bitches. Brandelli, versi sparpagliati in uno strano levitare di struggimenti. Lui è là ma non è. Sincero quando dice che è inutile parlare con gli altri scrittori, “è come bere acqua in una vasca da bagno”.

Scrittore a cinquant’anni

Già, gli altri scrittori. Sartre non l’ha mai voluto incontrare, troppo estroso. Camus sì, per via dello Straniero. Ma sono in pochi a piacergli davvero: John Fante, Céline, DH Lawrence, Dostoevskij. E Hemingway? “Tutti lo amiamo quando siamo giovani, ma poi lo superiamo”. Di lui ha una foto da sbronzo di mattina, “incorniciata in fondo alle scale, che guarda verso nord”. Racconta che è stato un bene diventare scrittore a cinquant’anni perché prima ha potuto vivere diverse dimensioni. È grato a suo padre cui deve il vero apprendistato letterario: “Mi ha picchiato con una cinghia da rasoio tre volte la settimana dai 6 agli 11 anni. In questa maniera impari a scrivere e a dire quello che vuoi dire dopo che ti hanno picchiato tanto e hai imparato il significato del dolore”.

“Buk” alieno, complice e profetico

Le cassette U-matic dell’81, ritrovate in uno scatolone come un manoscritto nella bottiglia e diventate questo film. L’intervista, che arriva dopo Donne e Shakespeare non l’avrebbe mai fatto e poco prima di Panino al prosciutto, è sopravvissuta nel tempo e dedicata a Fernanda Pivano (a chi altri, se no?). Dentro c’è il Bukowski lontano e alieno, complice del mondo che trasforma in materia bastarda e sporcacciona nei romanzi ma umano, consapevole, profetico e perfino lacerato dal sentimento quando lo si ascolta nei versi di Confessione: “Aspettando la morte / come un gatto / che sta per saltare sul letto / mi dispiace così tanto per / mia moglie /lei vedrà / questo / corpo / rigido e / bianco / lo scuoterà una volta, e poi / forse / ancora: / "Hank!" / Hank non / risponderà. / Non è la mia morte che / mi preoccupa, è lasciare / mia moglie con questo / mucchio / di niente. / Però vorrei che / lei sapesse / che tutte le notti / dormite / accanto a lei / anche le discussioni /  inutili / erano sempre / cose splendide / e le più difficili / delle parole / che ho sempre avuto paura / a dire / ora possono essere / dette: "Ti amo".”

Perché non dirle prima? Ci sono cose, è la sentenza di Hank, che è meglio non dire per lasciarle intatte nell’eternità. Lo sguardo di Linda, seduta vicino a lui, ha una profondità appartata e solenne.

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