Claudio Trionfera

-

Un incidente sugli sci può nascondere problemi ben più serii dei legamenti rotti di un ginocchio che ne sono la conseguenza immediata e, diciamo così, superficiale. Sotto c’è dell’altro.

A Tony, una donna che evidentemente non soffre solo per il volo sulla pista di ghiaccio e neve, lo spiega durante il colloquio anamnestico una psicologa della clinica riabilitativa dov’è arrivata per il recupero. “A volte – le dice – perdiamo di vista la realtà, andiamo troppo veloci. Il ginocchio rappresenta la capacità di abbandonarsi, di cedere, persino di indietreggiare perché è un’articolazione che si piega solo all’indietro. Il dolore al ginocchio lascia supporre una difficoltà ad accettare un evento della nostra vita e il processo di guarigione presuppone anche un percorso psicologico”.

Tony (Emmanuelle Bercot) è avvocatessa.  La clinica è un paradiso in riva al mare, nel sole. Luce abbagliante, piscina, attrezzi in palestra, compagni di sventura giovani e sorridenti. Un posto ideale per pensare, a riposo o durante le lunghe sedute di riabilitazione. E i pensieri di Tony diventano altrettanti flashback  sulla sua vita con Georgio (Vincent Cassel). Ne ricostruiscono l’origine e lo sviluppo, l’accendersi dell’amore e gli amplessi travolgenti del turbine passionale, i primi scontri, le crisi, le fughe di lei, gli inseguimenti di lui.

È un rapporto difficile, disturbato, spesso furibondo. Perché Georgio ha una ex dalla quale non riesce a staccarsi, costringendo Tony ad accettarla e trovando la cosa del tutto normale. In questa tempesta arriva anche un figlio, che però non cambia le cose, anzi le determina perché Tony, esausta, decide di andarsene nonostante l’amore, che, si vede, ancora la sovrasta, così come continua a dominare i sentimenti di lui.

Insomma una di quelle storie distruttive che possono nascere all’interno di forti passioni dove la razionalità non è certo il principale movente di comportamento. Il distacco dura parecchio, il tempo della riabilitazione e oltre. Fino a quando i due non si ritrovano in tribunale per divorziare, col figlio che ha ormai compiuto tre anni e con quell’amore così ostinato da ardere ancora sotto le ceneri. Pronto a riprendere vigore.

La macchina da presa di Maïwenn Le Besco, semplicemente nota come Maïwenn (qua al suo quarto film da regista, per la prima volta non anche attrice) accarezza alla fine i capelli di Georgio, ne studia in primissimo piano il profilo, si sofferma sul suo orecchio come fossero gli occhi di Tony a guardare. Con passione, trasporto, tenerezza. Sguardo al femminile. Sulla reciproca dipendenza che governa gli eccessi dei suoi protagonisti capaci di scambiarsi colpi proibiti mai definitivi, mai mortali. Una di quelle storie d’amore, per nulla irreali, destinate a perpetuarsi nel tempo in una sorta di coazione a ripetere dagli esiti sempre dolorosi, nella voluttà derivata da quegli stessi effetti. Ai limiti del masochismo.

Storia esemplare, perciò. Ai margini del cinema patologico. Raccontata dall’autrice francese con pieno trasporto, senza schermi o barriere, con grande franchezza, direi quasi con candore nel continuo passaggio dal paradiso all’inferno, tra presente e passato, sotto il comune denominatore di un sentimento che non si spegne. Forse malato, certamente vigoroso, estremamente generoso. Un andamento da thriller sentimentale. Risolto, come è evidente, nel rapporto tra i due personaggi e nel peso dei due attori che li interpretano con grande slancio e densità. Di Emmanuelle Bercot l’ultimo Festival di Cannes ha già riconosciuto meriti e intensità drammatica con la Palma d’oro alla migliore attrice;  Vincent Cassel è vorticoso e affascinante, egoista e prodigo, innamorato fino alle lacrime, inesorabilmente maschio. Recitazioni importanti. Accanto alle quali va ricordata anche quella di Louis Garrel (si affermò con Bernardo Bertolucci in The Dreamers nel 2003) che dà il volto a Solal, fratello Tony concreto e consolatorio, cui lei si rivolge come ad un confessore peraltro inascoltato.

 

© Riproduzione Riservata

Commenti