Mani che armeggiano con una siringa nella sua proverbiale aspirazione di un liquido, l’aria della stanza attraversata dall’ago luccicante, la penetrazione del metallo nella carne. Quel liquido è mortale e introduce nel più classico dei modi Mistero a Crooked House (in sala dal 31 ottobre, durata 105’) diretto da Gilles Paquet-Brenner, 43enne regista e sceneggiatore parigino con predilezioni dark, trasposizione di un giallo antologico firmato Agatha Christie nel 1949, intitolato all’origine semplicemente Crooked House e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1950 come È un problema (Il Giallo Mondadori n. 105).

Leggenda vuole che la scrittrice lo considerasse il suo preferito insieme con Le due verità (pubblicato nel 1957, sempre per la collana Il Giallo Mondadori n. 541). Il tutto senza i personaggi di Poirot e Miss Marple che avrebbero affollato la sua scena letteraria.

Morte e misteri in una bizzarra e sinistra dimora inglese

Domanda d’obbligo dopo la premessa necessaria e l’iniezione avvelenata:  chi ha ammazzato Aristide Leonides (Gino Picciano)? Scriverlo sarebbe una bastardata, però se lo chiedono, doverosamente (e necessariamente visto che si tratta di un “giallo”), un po’ tutti in quella bizzarra e un  sinistra dimora inglese, dove un enorme ritratto del patriarca Leonides – ricchissimo uomo d’affari  cui si deve il gran benessere sul quale galleggiano spensierati  diversi segmenti generazionali della famiglia - campeggia allarmante come quello d’un vecchio spettro.

Si riaffaccia un amore che viene dal passato

Del delitto (confermato dall’autopsia, ma nessuno aveva creduto alla morte naturale nonostante l’apparenza d’infarto) si occupa il detective Charles Hayward (Max Irons) colà richiamato dalla stuzzicante, maliziosa e pepata Sophie (Stefanie Martini), nipote del patriarca, che già in passato, al Cairo, aveva intensamente trescato con lui, prima che l’arrivo della guerra  e il ritorno di Charles in patria facesse rimandare al tempo di pace qualsiasi progetto sentimentale.

A caccia del colpevole in una nube di personaggi

Attorno alle loro esercitazioni amorose, come da manuale agathachristiano,  c’è una nube di personaggi – più un severo ispettore capo di Scotland Yard, Taverner (Terence Stamp) – sui quali, nessuno escluso, lo script lascia cadere il sospetto: da Brenda (Christina Hendricks) seconda moglie di Leonides a Edith de Haviland (Glenn Close), matura cognata di Leonides, a Roger (Christian McKay) e Philip (Julian Sands) primo e secondogenito della vittima, a Magda (Gillian Anderson) attrice e moglie di Philip, a Clemency (Amanda Abbington) moglie di Roger, a Eustace (Preston Nyman) e Josephine (Honor Kneafsey) figli di Philip come la stessa Sophie, al loro istitutore Laurence (John Heffernan). C’è anche il notaio Gaitskill (Roger Ashton-Griffiths) e, con lui, la traccia una inevitabile eredità, la destinazione della quale spiazza e incupisce ulteriormente i rapporti, non proprio spensierati, tra le varie figure, come testimonia, tra l’altro, una splendida cena familiare al vetriolo, dove, come si dice, volano gli stracci e i risentimenti si tagliano col coltello.

Scenografia perfetta e qualche funambolismo narrativo

Inutile dire che l’intrico resta tale fino alla fine producendo anzi qualche altro cadavere, sulla traccia magistrale della scrittura di Christie e sull’abile mise-en-scène che il regista riesce ad ordirne con eleganza, qualche funambolismo narrativo e una perfetta scenografia tra intuibili profumi d’antichi legni, tende polverose, parquet scricchiolanti e atmosfere abbastanza tenebrose – al pari delle musiche - da accompagnare al meglio l’impenetrabilità del mistero.

Grandi interpreti nell’affresco ambientale molto "british"

Il film, del resto, si costruisce sulla massima espansione dell’affresco ambientale, tra i segreti di quella dimora dalle molte guglie e dalla sagoma inquietante; e sulla eccezionale qualità degli attori - Glenn Close in testa, superba e addirittura irresistibile a bordo della sua Triumph TR3 biancolatte - che nella storia si confrontano quasi misurandosi in bravura, in realtà cooperando virtuosamente all’esito felice dell’opera, tra geometrie complesse ma precise e inevitabili classici scheletri sbucanti dagli armadi.

Tutto molto british, ovviamente, incluso lo humour che pizzica i dialoghi, lo chic serpeggiante un po’ dappertutto nelle cadenze narrative regolari come il movimento di una pendola nelle sue oscillazioni meccaniche, nei depistaggi e nelle trappole d’ogni tipo sul percorso investigativo. Insomma, impianto stilistico senza sorprese, non certo rivoluzionario ma godibilmente efficace.

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Voto: 3/5
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