Miss Violence, al cinema il quasi Leone d'oro di Venezia

Il regista greco Alexandros Avranas con precisione ermetica costruisce un quadro famigliare tremendo. In un lento crescendo sconvolgente

Miss Violence (Eyemoon Pictures)

Simona Santoni

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All'ultima Mostra del cinema di Venezia, il mio Leone d'oro l'avrei consegnato a Miss Violence. Non perché emergesse più potente e sicuro di altri in maniera evidente, ma perché nel manipolo dei quattro-cinque film migliori era quello che più mi convinceva a livello estetico e narrativo.

Dal 31 ottobre nelle sale italiane, il lungometraggio del greco Alexandros Avranas al Lido ha comunque vinto il Leone d'argento e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile di Themis Panou, compassato e terribile padre-sfruttatore.

Avranas, alla sua seconda regia cinematografica, costruisce con precisione ermetica il suo quadro famigliare tremendo. Tutto si apre su una festa di compleanno, tra preparativi di formale allegria. La festeggiata, però, senza che nessuno se ne accorga, si butta dalla finestra. Una ragazzina di 11 anni. La famiglia sembra riprendersi facilmente dalla morte, cercando di gettare normalità sull'anormalità. È il pater familias con amorevole senso della responsabilità a cercare di far dimenticare e mandare avanti. 

Alla ricerca di un ordine apparente il capofamiglia di Panou pesa maniacalmente i corn flakes per il pasto, scrupoloso e previdente va a parlare con gli insegnanti dei due piccoli della famiglia, solo quando lui si siede a tavola figlie e moglie iniziano a mangiare. 

La figlia più grande Eleni (Eleni Roussinou), bellissima, sembra vivere in un acquario, in apnea nella vita e nel dolore, con una patina di sorriso leggero e rarefatto in viso e un’accondiscendenza abituata all'ubbidienza. Sua sorella Myrto (Sissy Toumasi) è più irrequieta, ma non meno preda dei mostruosi ingranaggi famigliari. La capostipite (Rena Pittaki) osserva silenziosa, quasi impermeabile.

Come in puzzle che si compone lento, in ambientazioni minimaliste e asettiche e dialoghi asciutti, ecco che il freddo materiale presentato da Avranas man mano prende forma per portarci al suo picco di truce intensità, finché non si fa luce sulla perversione più aberrante. 

L'epilogo sarà ancora una volta all'insegna della violenza. Ma la libertà è forse qualcosa che va insegnato: se si è vittime sin dalla nascita di meccanismi feroci anche l'umiliazione può diventare normale. 

"Il finale è a doppio senso: se nessuno decide di porre fine a questo circolo di violenza, esso continuerà",  ha spiegato Avranas. "Per me il potere non ha sesso, e proprio le ultime sequenze lo dimostrano". 

La storia a cui si ispira Miss Violence è purtroppo tragicamente vera. "È veramente accaduta in Germania, ma potrebbe essere ambientata ovunque. Abbiamo fatto una grande ricerca per la sceneggiatura. La storia vera è anche più violenta e disumana", ha aggiunto il regista. "Il film ha grande rispetto per gli esseri umani che si sono trovati in questa forma di violenza domestica". 

 
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