Claudio Trionfera

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Tra verità e finzione, tra cronaca (nera, nerissima) e spettacolo. Milionari, quarto film di Alessandro Piva – che all’esordio nel ’99 ebbe consistente notorietà con La CapaGira – riprende un libro del pubblico ministero Luigi Alberto Cannavale e del giornalista Giacomo Gensini che porta lo stesso titolo. E che ridisegna i tratti del “sistema di Secondigliano” con la nascita e l’ascesa del boss camorristico Paolo Di Lauro, il dilagare del clan e delle sue malefatte, la vicenda personale di Marcello Cavani detto Alendelòn (Francesco Scianna),  figura-pilota e punto di visione prospettica del racconto.

Matrimonio e romanzo criminale

Cavani, dunque. Già in carcere all’inizio, ma solo per vederlo camminare furiosamente lungo il cortile: perché la storia si sviluppa interamente in flashback, partendo dagli anni Settanta e concludendosi una trentina d’anni dopo. Dentro quest’arco temporale i passaggi sono strettamente cronologici: il Cavani ancora ragazzo coi fratelli, la morte del padre, la voglia di riscatto dalla povertà, i primi legami con la malavita, i momenti di svolta, anche “qualitativa” del suo personalissimo romanzo criminale, come quando uccide il vecchio capo camorrista aprendo la strada alla sua successione e all’aggiornamento metodologico  della delinquenza; o quando conquista e sposa Rosaria (Valentina Lodovini), l’amore che lo ha rapito fin da ragazzo, con la quale fa il patto di separare rigorosamente il “lavoro” dalla famiglia.

Escalation di efferatezze

Quello stesso lavoro che puzza di delitti, appalti e traffico di cocaina e fa piovere denaro a cascata, specie dopo il terremoto dell’Irpinia che diventa fonte inesauribile di ricchezza per tutta la banda, in una escalation di efferatezze che prelude all’inevitabile resa dei conti con la giustizia. Della quale, peraltro, Cavani sarà destinato a diventare collaboratore. Nel film e nella vita.

All’interno di inevitabili, quasi fatali confronti con le serie televisive che negli ultimi tempi hanno sedimentato un vero e proprio genere extracinematografico, Piva riesce a costruire un film di qualche spessore drammatico. Grazie soprattutto all’intensità dei caratteri disegnata sui diversi personaggi e alla capacità di sintesi degli eventi, virtù evidentemente sconosciuta – sempre in tema di confronti – alle molte dilaganti puntate delle fiction tv più inclini al dettaglio e alla quasi esasperata sovrabbondanza di particolari nell’estensione narrativa.

Il percorso del “verosimile”

Certo, non mancano qui rigurgiti di stereotipi e schegge di risaputa prevedibilità, ma in fondo le leggi di genere non sono, a volte, facilmente aggirabili quando non sia addirittura  necessario rispettarle alla lettera. Al film resta tuttavia il merito di aver scelto il percorso del verosimile rispetto al più acceso e scontato realismo cui peraltro la ruvidezza del linguaggio, molto stretto in termini dialettali e impreziosito da una presa diretta volutamente “sporca”, i toni bruciati della fotografia e la buona qualità della ricostruzione scenografica (costumi compresi) restituiscono una credibilità accettabile e una valida tenuta emotiva.

Ferocia e ripensamenti

In questo quadro va dato rilievo alla recitazione molto immediata, serrata, mai troppo esuberante degli attori, complessivamente ben diretti e guidati. Spicca con parecchi meriti l’equilibrio impresso da Francesco Scianna alla figura di Alendelòn-Cavani, sospeso tra la ferocia dettata dagli eventi e dalla sete di denaro e una sorta di vocazione al reflusso legata al desiderio di normalizzare la propria vita famigliare. Accanto a lui, ben calata nelle vesti della moglie Rosaria, Valentina Lodovini risolve la sua parte con le conosciute e apprezzate qualità espressive. Tra gli altri da citare Salvatore Striano (non male il suo personaggio di ‘O Piragna – sarebbe appunto il piraña nella sua inesorabile spietatezza), Carmine Recano, Francesco Di Leva, Gianfranco Gallo, Ivan Castiglione.

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