"Tutti i miei film sono percorsi da un sentimento di sconfitta, sono tutti film comici che finiscono con un fallimento dei protagonisti". Dal libro Mario Monicelli, cinquant'anni di cinema.

Per decenni Mario Monicelli ha raccontato gli italiani con occhio analitico, nelle loro debolezze e nelle loro virtù, nei toni della commedia all'italiana. Oggi il grande regista, che nel 2010 ha scelto di lasciare la vita di sua volontà, lanciandosi da una finestra dell'ospedale San Giovanni di Roma, compirebbe 100 anni. 

Nato il 16 maggio, la sua eredità è ricca di capolavori di freschezza sempreverde e ironia intelligente: Guardie e ladri (1951) con Totò; I soliti ignoti (1958, nomination all'Oscar), La Grande guerra (1959) con quel duo di adorabili manigoldi Vittorio Gassman e Alberto Sordi (Leone d'oro a Venezia); L'armata Brancaleone (1965).    

Padre della commedia all'italiana insieme a Dino Risi, Luigi Comencini e Steno, Monicelli ha girato più di 60 film ed è autore di più di 80 sceneggiature. Gli anni Sessanta furono quelli dell'amicizia con Risi, degli scontri con Antonioni ("lui è un genio - diceva - ma a me piace fare film più comprensibili") e nei quali inventò una Monica Vitti attrice comica ne La ragazza con la pistola (1968). Nel 1975 raccolse l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affidò la realizzazione di Amici miei. Nel 1977 recuperò una dimensione noir e tragica con Un borghese piccolo piccolo. Arrivarono poi Speriamo che sia femmina (1985) e il feroce Parenti serpenti (1993). Nel 2006 tornò dietro la macchina da presa con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco, dimostrando la sua solita instancabile vitalità.    

Il regista, al quale è toccato assistere alla morte di suoi grandi amici e colleghi come Dino Risi, Steno, Luigi Comencini, Suso Cecchi D'Amico e Furio Scarpelli, e anche l'ingrato compito di commemorarli, quando era interpellato dai giornalisti, non si lasciava andare a nessuna retorica. Spesso, più che di elogi per il trapassato, arrivavano le critiche, l'ironia. Era fatto così.

Negli ultimi anni il suo sguardo amaro vedeva l'Italia come "una penisola alla deriva"

Alla Mostra del cinema di Venezia, nel 2008, col suo spirito caustico aveva detto: "Non vedo l'ora scompaia De Oliveira. È stato sempre la mia ossessione. È più anziano di me, più bravo di me ed è stato invitato anche a più festival di me". Lo aveva detto a 93 anni parlando del maestro portoghese allora centenario.
L'anno prima, nel 2007, parlando della morte del padre, anche lui suicida, aveva detto: "Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto".

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