Claudio Trionfera

-

Se Manuel (dal 3 maggio in sala, durata 98’) fosse stato girato in bianco e nero si sarebbe detto, naturalmente nelle proporzioni dovute, di un film “pasoliniano” prima maniera. Il regista Dario Albertini gli ha invece dato un colore vivo e asciutto. Ma va bene lo stesso. E l’apprezzamento, per lui e per questa sua opera prima, è solido e ben motivato. Perché la storia che racconta è carica di una poesia speciale e aspra nella fonte neorealista che la ispira tra i palazzoni, i prati incolti e il disagio di un litorale laziale greggio e disordinato.

Dove il Manuel del titolo - Andrea Lattanzi lo recita con profondità acquosa e sensibile - è un diciottenne vissuto per anni in casa famiglia perché sua madre Veronica (Francesca Antonelli) è in carcere e suo padre chissà dove. E da quella cupola protettiva esce non solo per trovare la sua strada ma anche e soprattutto per ripristinare un appartamento mezzo devastato e assistere la mamma facendole ottenere gli arresti domiciliari.

Un maturazione veloce al confine di due esistenze

Parte da qui la sua avventura della vita, il suo passo verso una maturazione veloce alla quale, forse, neppure è preparato: al confine tra un’esistenza precedente costruita su premure conservative altrui e una futura carica di precarietà, disorientamento e assunzione di pesanti responsabilità, sentimenti diffusi ed equilibrati anche in una felice tecnica di sceneggiatura (scritta con Albertini da Simone Ranucci), nella fotografia essenziale di Giuseppe Maio, nell’adiacenza narrativa di attori bene allineati con l’intero costrutto (tra gli altri Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea, Monica Carpanese, Luciano Miele).

Quegli affetti che sono sempre mancati

A fronte di una piccola ma tosta battaglia legale che gli potrebbe restituire sua madre, Manuel è costretto a crescere in fretta, elaborando concetti sconosciuti, ritagliandosi un lavoro qualsiasi in una panetteria, dimenticando la sua stessa età e offrendo incerte garanzie agli assistenti sociali pur di ritrovare – su un orizzonte di grande tenerezza - quegli affetti che gli sono sempre mancati. Magari a costo di esser travolto da ansiogene trepidazioni.

Un amore senza confini e senza riserve

La riuscita della sua intrapresa la si lascia ad un finale che vale la pena di godere in tutta la flessibilità e intensa delicatezza che spingono quel ragazzo imbottito di spaesamento e solitudine. Niente opportunismi, solo amore. Autentico, primitivo, senza confini e senza riserve. Da figlio vero che si prende cura della madre come fosse a sua volta una figlia. In un piccolo prezioso film italiano che nella sua indifesa semplicità riesce a commuovere e rivelarsi. Perfino in una intensa, imprevista digressione testuale su un frammento di Baci rubati di François Truffaut. E Antoine Doinel, non è così lontano, neppure in rima, da Manuel.

Voto: 4/5
© Riproduzione Riservata

Leggi anche

1945: due “visitors” nel villaggio della vergogna - Recensione

Dal regista Török Ferenc un apologo e un dramma della meschinità. In un paese che teme di restituire agli ebrei quanto rubato dopo le deportazioni

La mélodie, suona il violino di periferia – La recensione

Dal regista Rachid Hami splendido esempio di “cinema di formazione”. Attraverso il riscatto artistico di una scolaresca reietta, indolente ed incolta

I film più belli del 2018 (finora)

Al primo posto il gioiello giapponese "Un affare di famiglia" di Kore-eda Hirokazu. New entry "First man" di Damien Chazelle

1968: i dieci film più belli (che compiono cinquant'anni)

Il cinema di un anno fatidico nell’evoluzione di forma e contenuti. Per una "classifica" fatta di capolavori e opere che hanno rivoluzionato i generi

Commenti