Cinema

I magnifici sette, i pistoleri multietnici di Antoine Fuqua: 5 cose da sapere

Denzel Washington è il carismatico leader di un western che mira all'intrattenimento

I magnifici 7

Simona Santoni

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Sette pistoleri pronti a dare la vita per una causa non loro. I magnifici sette ritornano, rispolverando un concetto altamente nobile e mai fuori moda, per un remake che però non aggiunge granché al classico western del 1960. 

Antoine Fuqua ingaggia ancora il suo pupillo Denzel Washington, che di carisma ne ha da vendere. Ma non regala molto di più di un contenuto intrattenimento, che cavalca più al trotto che al galoppo 2 ore e 10 minuti di film. 

Dal 22 settembre al cinema, ecco 5 cose da sapere sul nuovo I magnifici sette:

 

1) Il remake di un remake

"Quando la MGM mi ha chiesto di fare un film western, mi sono emozionato perché sono cresciuto guardando film western", ha detto Fuqua, reduce dal discreto film di boxe e riscatto Southpaw - L'ultima sfida. I magnifici sette rilegge l'omonimo cult del 1960 di John Sturges, uno dei western più citati e celebri, che già rileggeva I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa. 
La sceneggiatura, firmata dal creatore della serie tv True Detective Nic Pizzolatto e da Richard Wenk, porta qualche svolta moderna alla storia originale: a capo dei sette c'è un nero (Washington) e ad ingaggiarli e a combattere al loro fianco c'è una donna, con un ruolo chiave ma per fortuna non una novella ed ennesima Ghiandaia Imitatrice (anche se a interpretarla è Haley Bennett, che fisicamente somiglia non poco alla Jennifer Lawrence di Hunger Games).
"Kurosawa ha influenzato la filmografia americana più di quanto la gente se ne sia resa conto, e I sette samurai è presente nel nostro film sotto ogni forma, è nel suo Dna; è la madre dei film del genere", sostiene Fuqua. "Ho visto quel film e subito dopo ho deciso che avrei voluto fare il regista".

2) Pistoleri multietnici

A un'ora di distanza da Baton Rouge, Louisiana, lo scenografo Derek Hill ha ricostruito la cittadina di Rose Creek. È qui, tra seducenti montagne rocciose e lande polverose, che il temibile Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard) impone con il terrore e la violenza la sua tirannia. È per difendere questo villaggio di contadini che vengono arruolati i "magnifici sette", sette mezzi delinquenti, ricercati o perditempo. Sette uomini randagi. Sparano e si battono, ma non è il denaro il loro vero motore. È una silenziosa idea di riscatto. 
Il selvaggio West è rivisitato e diventa multietnico come Hollywood. Sam Chisolm (Washington), afroamericano, è il capo, che assolda e decide. Al suo seguito il giocatore d'azzardo Josh Farraday (Chris Pratt), il reduce dalla Guerra civile Goodnight Robicheaux (Ethan Hawke), il suo socio di origini orientali Billy Rocks (la star coreana Byung-Hun Lee), il montanaro Jack Horne (Vincent D'Onofrio), il messicano Vasquez (Manuel Garcia-Rulfo), l'indiano Comanche Red Harvest (Martin Sensmeier, attore di discendenza Koyukon-Athabascan e Tlingit). 

3) I soliti Denzel e Pratt

Il cast, più che il film, è davvero magnifico. Denzel a cavallo non può non ricordare il Django Unchained di Jamie Foxx. Per lui è la terza volta al servizio di Fuqua, che nel 2001 gli fece vincere l'Oscar come miglior attore protagonista per Training Day. Come suo solito riempie lo schermo con la sua forza serafica e l'aplomb vincente di chi sta per scegliere sempre la mossa più giusta. 
Anche Chris Pratt fa il Chris Pratt: sbruffone, abile, cattivo ma mica tanto, eroe ma non troppo, col solito sorriso da smargiasso da Guardiani della Galassia. Per lui un gioco da ragazzi. E anche il buon Ethan Hawke se la cava bene in stivali, cappello, fucile in mano e demoni in petto. Bella faccia e buon carisma per Manuel Garcia-Rulfo. Tra i sette l'alchimia non è male. È invece poco sottile l'esplorazione dei rapporti che instaurano.
Potente la nemesi che si trovano di fronte: Sarsgaard sa essere inquietante. Almeno fino alla sua fine: è inutile, al cinema i villain non sanno perdere con dignità.

4) Intrattenimento senza intenti politici

I magnifici sette è una storia di coraggio, sacrificio e redenzione che scorre via senza troppo mordente e fascino, ma senza annoiare. Tra sparatorie, cavalli, uccisioni e cadute da tetti stile vecchio West, il solo fine è l'intrattenimento. Fuqua ha cercato di ricorrere il meno possibile a computer grafica ed effetti visivi, abbracciando quanto più le acrobazie dal vivo, grazie al gruppo di stuntman di Jeff Dashnaw, esperti nelle cadute da cavallo e dalle costruzioni (alcuni hanno lavorato con John Wayne, John Ford o Clint Eastwood).
"È un western contemporaneo, ma non l'abbiamo fatto apposta", aveva detto il regista alla Mostra del cinema di Venezia, dove il film ha avuto la sua anteprima come evento di chiusura. "Ci si può vedere il terrorismo, la gente che ama sopprimere i deboli e poi i nostri sette samurai. Kurosawa è stato sicuramente un'ispirazione, ma è Sergio Leone il maestro che ha cambiato il western. I suoi film erano più veritieri di quello che doveva essere davvero il West". Comunque "non c'è nessun contenuto politico, è solo intrattenimento".

5) Colonna sonora debole dal retroscena dolce amaro

Abbiamo ancora nelle orecchie le meravigliose note del nostro Ennio Morricone per l'altro super western dell'anno, "i maledetti otto" (The Hateful Eight) di Quentin Tarantino. La chiusura del film di Fuqua, che omaggia il tema portante dell'originale, ci ricorda quanto fu poderosa e trascinante la musica composta da Elmer Bernstein per I magnifici sette del 1960. Con questi due straordinari modelli nel cuore, non può non risultare debole la colonna sonora che accompagna le avventure di Washington & Co. Composta da James Horner e Simon Franglen, porta con sé una vicenda dolce amara.
Dopo averci lavorato in Southpaw, Fuqua è diventato amico intimo del compositore James Horner, premio Oscar per Titanic. Fu proprio Horner a spingere Fuqua a realizzare I magnifici sette. Sfortunatamente Horner è morto nel giugno 2015 in un incidente aereo. Dopo qualche tempo, Fuqua si rese conto che il compositore gli aveva lasciato un regalo in eredità. Simon Franglen, programmatore e arrangiatore di vecchia data di Horner, andò sul set con quel dono, una serie di temi scritti per I magnifici sette. "Li ha scritti senza aver letto la sceneggiatura, chi lo farebbe?", rimugina Fuqua. "Magari il film neanche sarebbe mai stato realizzato, ma lui aveva già scritto la colonna sonora comprensiva di tutto. Era straordinaria. Mi ha messo in ginocchio".

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