Claudio Trionfera

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Balla da dio, Riko, nella prima scena, con la sua giacca dalle frange svolazzanti davanti ad una mortadella sterminata.

Rotolano i titoli di testa e già si capisce di che pasta è fatto Made in Italy (in sala dal 25 gennaio, durata 104’), opera terza di Luciano Ligabue – vent’anni dopo Radiofreccia e sedici dopo Da zero a dieci – che riprende in omonimia e parte di contenuti il concept album del 2016. Colori, suoni e movimenti coreografici nell’anima e nell’evidenza di un film che appassiona e diverte, del tutto incapace di lasciare indifferenti.

Un avvio onirico tra sogno-palco e realtà

Liga is back. Col suo attore feticcio, Stefano Accorsi, medium perfetto della scorreria creativa, il quale – fatte naturalmente le dovute e rispettose proporzioni – sta a Ligabue come il Doinel/Jean-Pierre Léaud stava a François Truffaut.
È lui, nell’avvio onirico da Saturday Night Fever, a dare la misura del film tra sogno-palco e realtà. Dove il sogno è quello di una vita diversa e la realtà è, invece, quella del salumificio nel quale Riko lavora ripetendo da anni gli stessi gesti. E à-côté di questa liturgia nel tempio dell’insaccato il quotidiano non è che offra particolari spunti per esaltarsi.

Anzi. La moglie di Riko, Sara (Kasia Smutniak) pare che abbia un altro, cosa che agli occhi del marito sembra più grave e compromettente dei tradimenti ch’egli stesso consuma, tanto che il matrimonio,  sciupato e sfatto, è sull’orlo d’un triste ruzzolare.

Il lavoro sempre in bilico nel regno della mortadella

Poi c’è il problema  del lavoro. Sempre in bilico, col puzzo della crisi dilagante che ogni giorno lascia qualche disoccupato sul campo. Anche in quel salumificio che, proprio per essere piazzato (come tutta la storia) a Reggio Emilia, cioè sul suo campo preferito, s’immaginerebbe intoccabile.

Sicché a quest’uomo destabilizzato, arrabbiato e depresso non resta  che pensare ad altro. Per esempio a scappare, con i suoi amici, a Roma in cerca d’alternativa a bordo d’una vecchia nostalgica Citröen DS.

L’illusione di una goliardica scorribanda romana

Ma, a parte qualche scorribanda un po’ goliardica, una visita notturna e magica ai Fori e una manganellata sulla fronte beccata durante una manifestazione estemporaneamente frequentata, la capitale non offre a Riko e al resto della banda buoni motivi per restarci.

Il ritorno a Reggio, così, non è da sconfitti né per lui né per gli altri. E il gruppo si ritrova, tra birre, partite a carte e schegge di sincerità in quella provincia che Ligabue, al cinema, è capace di rappresentare in una maniera talmente genuina da apparire, nonostante l’artificio, più vera di come sarebbe rappresentata in un documentario: perché, a differenza di quello, riesce  coglierne lo spirito e gli umori più nascosti attraverso la saturazione drammaturgica dei sentimenti.

Prima la furia, dopo la pacificazione negli affetti

Eccoli, gli amici: Max (Walter Leonardi), Matteo (Filippo Dini), Patrizio (Gianluca Gobbi), via via gli altri e soprattutto Carnevale (Fausto Maria Sciarappa) che forse è il più fragile di tutti ma che a Riko la fa, a un certo punto, talmente grossa da meritarsi una lezione severa, magari  con l’automobile fracassata a mazzate: senza che però la furia impedisca, dopo, la pacificazione e la ricomposizione degli affetti, perché il valore dell’amicizia ha le sue leggi supreme.

Introducendo un capitolo finale dove le cose accadono, eccome, ma vanno scoperte ovviamente in sala. Nello spirito di quelle canzoni d’album che hanno preceduto e ispirato il film.

Dunque il Paese scassato, della precarietà e delle leggi ostacolanti, del tirare la carretta a fatica, dei sogni spezzati e della sconfitta dietro l’angolo; ma pure il Paese che è casa tua e che, in fondo, la speranza e la voglia di ricominciare riesce a ripescarle al momento giusto, saltando fuori  (testuale) dai momenti difficili, perfino riattizzando passioni matrimoniali ch’erano date per disperse.

Scampoli di saggezza per una mente “musicale”

Come sono arrivato qui? Che ci faccio qui? Ciascuno dei personaggi si fa le sue domande. Ricorrenti, addirittura scritte sui cartelli come un manifesto di questa storia raccontata con un linguaggio limpido, spontaneo, ruvido ed essenziale. Con un’azione, a volte, stilisticamente “sporca” dove il mondo ruota attorno ad alter-Riko (così è, in affetti) tra ellissi e scene tronche somministrando scampoli di saggezza con tesi che potrebbero apparire didattiche e didascaliche e invece sanno di quella prontezza e quella celerità che solo una mente “musicale” può escogitare. Con sincerità, appunto, scarnita e basilare.

Quando il rock e le canzoni viaggiano con il racconto

Le ritmiche rock assediano spesso l’inquadratura. Si capisce che il mondo del suono vive e palpita nei paraggi del film che, a momenti, prende la strada del musical nei termini di una coralità aperta, festosa e coreografica, a volte nel ballo, altre volte in tavole affollate e conviviali.

E la musica, naturalmente, viaggia sotto il racconto: non solo scortandolo con le canzoni di Ligabue e del suo album ma suggerendo anche altre piste come Waterfront dei Simple Minds, The Whole of the Moon dei Waterboys, Heaven dei Psychedelic Furs , evocando in disparte This Mortal Coil con Song to the Siren.

E il gioco è fatto. Volutamente “imperfetto” ma funzionale. In un cinema che, se deve dare emozione, trova qua il suo soggetto elettivo.

Con un gruppo di attori  molto ben organizzato e puntuale, un Accorsi che in pieno fermento espressivo dà il meglio di sé, una Smutniak rivelatrice di sorprendenti alternanze di toni. Di valore anche la fotografia firmata da Marco Bassano che, in linea con la narrazione, imprime al colore, ai movimenti e alla prospettiva la giusta dimensione dinamica.

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Voto: 4/5
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