Claudio Trionfera

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Srinivasa Ramanujan dà i numeri. Nel vero senso della parola. Indiano, autodidatta, genio matematico naturale, il giovane Srinivasa (l’attore Dev Patel) vive nel suo paese un 1913 la frustrazione di  talento represso, cacciato paradossalmente dal college  per il suo approccio del tutto individualistico e non protocollare agli studi, costretto – si fa per dire, ma meglio di niente vista la fame che c‘è in giro – a fare il contabile in una ditta di spedizioni.

Una biografia dal libro al film

Comincia così L’uomo che vide l’infinito (in sala dal 9 giugno), film del 44enne regista di origine sudafricana Matthew Brown che racconta la storia vera di un personaggio di doti straordinarie, desumendola dal libro di Robert Kanigel L'uomo che vide l'infinito - La vita breve di Srinivasa Ramanujan, genio della matematica.

Tanto testardo quanto brillante, acuto e intuitivo, Ramanujan, da riuscire con la sola forza dei suoi calcoli e delle sue formule raccolte in centinaia di pagine a farsi convocare al Trinity College di Cambridge da colui che diventerà il suo mèntore, paladino , tutore e mecenate: il celebre professore di matematica GH Hardy (Jeremy Irons), sorpreso e conquistato a tal segno dalle doti di quel giovane bramino da lottare con lui contro pregiudizi, razzismo, disprezzo e sfottò.

Non che la trasferta sia indolore per l’indiano. Quando parte lascia dietro di sé la bella e fiorente moglie Janaki (Devika Bhisé) e una madre che fa abbondantemente la suocera nascondendo perfino la corrispondenza tra moglie e marito.

Quasi un’inezia rispetto a quel che deve subire inizialmente a Cambridge, al centro di una ostilità e di uno scetticismo generali; salvo, appunto, la protezione consapevole e un po’ provocatoria di Hardy, già di per sé abbastanza ribelle, del suo collega matematico John Littlewood (Toby Jones) e nientemeno di un altro insubordinato naturale come Bertand Russell (Jeremy Northan).

Quel riconoscimento accademico

Arriva anche la guerra a complicare le cose, specie per chi, come Russell e lo stesso Hardy, manifesta apertamente una vocazione pacifista. Ma Ramanujan continua a macinare numeri, calcoli e teoremi capaci di sovvertire quelli vigenti; o addirittura a toccare vertici “assoluti” che fino ad allora si riteneva impossibile da raggiungere e dimostrare come validi. Fino ad ottenere il meritato riconoscimento accademico.

Tuttavia, come qualche volta accade all’apice della felicità e del successo, il fenomenale piccolo indiano si ammala. Di tisi, che in quel tempo è ancora fatale. E dopo aver vinto la sua battaglia algoritmica deve confrontarsi con quella fisica. Che non vincerà, spegnendosi assai prematuramente una volta tornato, nostalgico di patria e famiglia, in India. Il suo lavoro, avverte la didascalia conclusiva, è destinato ad influenzare intere generazioni di matematici a venire.

Nell’equazione il pensiero divino

Un bel ritratto. All’interno di un film biografico molto classico, godibile, girato facendo attenzione ai particolari di ricostruzione scenografica e storica.  Non un semplice biopic, tuttavia. Se gli episodi della vita di Ramanujian vengono necessariamente romanzati per risolvere al meglio la loro funzione cinematografica il coté, diciamo così, “filosofico” della vicenda riesce ad esprimere nel racconto un’influenza seconda capace di ritagliarsi spazi aerei ed aurei. Introdotte e definite, queste aperture ed estensioni, da frasi illuminanti come quelle di Bertrand Russell (“La matematica, vista nella giusta luce, possiede non soltanto verità ma anche suprema bellezza”) e dello stesso Ramanujan (“Un’equazione non ha senso se non esprime un pensiero divino”).

Paragonato a Newton

Dunque un insieme di rigore, mistica, razionalità ed estetica. È ciò che il film intende proporre, tra l’altro lavorando su un personaggio non molto conosciuto al di fuori delle strette discipline di appartenenza, eppure paragonato addirittura a Newton dal professor Hardy. Se viene di pensare ad altri esempi di genere, non si può non riferirsi a opere come A Beautiful Mind di Ron Howard, Will Hunting - Genio ribelle di Gus Van Sant, The Imitation Game di Morten Tyldum o La teoria del tutto di James Marsh. Sarebbe però sbagliato tentare accostamenti improbabili: L’uomo che vide l’infinito non ha molte ambizioni spettacolari se non, appunto, quella di costruirsi attorno una piccola epica della genialità autodidatta senza inoltrarsi troppo nei misteri della mente umana. Quelli in grado di far proliferare l’inimmaginabile col solo dono della percezione armonica delle cose.

Di valore, in ogni caso, la composizione ambientale, la nitida trasparenza della fotografia e la recitazione asciutta e al tempo stesso sontuosa di Jeremy Irons nella parte di Hardy, della quale si giovano anche gli altri, specie Dev Patel nei panni non sempre agilissimi di Ramanujan.

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