Claudio Trionfera

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Harry Dean Stanton è morto poco dopo aver finito di recitare il film. Questo film.

Lucky (in sala dal 29 agosto, durata 88’) di John Carroll Lynch attore stazzonato per la prima volta dietro la macchina da presa, lo racconta in un tratto d’esistenza del suo ultimo anno. Ossuto, disincantato, impaurito dal tempo che scorre verso la fine, ateo, dunque con la visione nitida, eppure impenetrabile, del buio-nulla oltre la morte. Un ritratto filosofico della vecchiaia e un confronto con la giovinezza, un andare tra polveri e bar incontrando amici, discorrendo e scontrandosi con loro nella sfera di documento sospeso negli anni tra testimonianza, realismo, strana misura espressiva di una finzione che non vuol essere tale.

Tra le scorie di un mitico paesaggio cinematografico

Lucky è il nome che prende Stanton, attore due volte, del film e si sé. Vive in un paesaggio che pare uscito da uno dei suoi film recitati con Sam Peckinpah, Robert Altman, Bob Dylan e tutti gli altri. Deserto e cactus, sguardo chissadove come il suo Travis del Paris, Texas di Wim Wenders. Il quale nel 1980 girò un film tanto diverso da questo e tanto simile a questo, Lampi sull’acqua – Nick’s Movie sugli ultimi giorni di Nicholas Ray. Però Lucky è un film sulla vita non sulla morte. Se mai un processo consapevole e filosofico di avvicinamento al fuggente attimo dell’addio.

Quella testuggine centenaria di David Lynch

Quanti amici attorno a Stanton, caffè e sigarette sembra una festa,  Ron Livingston, Ed Begley Jr., Tom Skerritt, Beth Grant, Yvonne Huff, Hugo Armstrong, James Darren, Barry Shabaka  Henley, Bertila Damas. E un David Lynch lino e panama, debordante, serafico, leggendario e triste perché la sua testuggine centenaria è scappata di casa, la vediamo proprio all’inizio del film attraversare il campo di ripresa. Lenta ma decisa perché le testuggini sanno quello che vogliono.

Quando l’amicizia è essenziale per l’anima

Presidente Roosvelt, si chiama la testuggine.  “Come fa una testuggine a scappare?” chiede Lucky. “Ha adocchiato il cancello tutto il giorno – risponde Lynch – e l’ha fatto. Gli ero affezionato, era una compagna della mia vita, sopravvissuta a due mogli. L’amicizia è essenziale per l’anima”. Quella cui Lucky non crede, almeno non come alle parole crociate che ostinatamente continua a comporre, affidandosi per risolverle a chissà quale amico che ogni tanto chiama al telefono.

E il film scorre, rotola come un tumbleweed sulla sabbia, attorno alla figura scarnita e raschiata del suo magnifico protagonista, chiamato alla recita finale come un vecchio cowboy al passo d’addio nella sua epoca. Riuscendo, pure nel rispetto della sua matrice semidocumentaria e nella sua oggettività, ad emozionare. Esprimendosi in una speciale sfera di spiritualità.

Voto: 3/5
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