Libere: per le donne la guerra è davvero finita? – La recensione

Cinema al femminile dal secondo conflitto mondiale al periodo postbellico. Preziosa ricerca sulle istanze sociali, documenti rari e filmati d’epoca

Claudio Trionfera

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C’è un bel pezzo di storia d’Italia e di storia della donna in Libere (in sala dal 20 aprile) di Rossella Schillaci, documentarista torinese molto colta, preparata e di una certa fama internazionale.

Ci sono gli anni Quaranta e la prospettiva dei Cinquanta, la guerra, la resistenza, la fame, la ricostruzione materiale e sociale del Paese, brandelli di passato e schegge di futuro in un film che, nonostante si sviluppi attraverso materiali d’epoca, ha un suo tempo e un suo costrutto narrativi del tutto assimilabili al più avvincente e intrigante dei racconti di finzione.

Una presenza traversale
Si parte dai carri tedeschi in Piazza Castello, si arriva al dopoguerra avanzato e alle prime elezioni politiche. In mezzo, appunto, le donne.

Durante il conflitto e la resistenza, nelle famiglie e tra i partigiani. Raramente combattenti, più spesso a fare da staffette o ufficiali di collegamento per trasferire informazioni e messaggi oltre, come sempre, cibi e conforto. Donne italiane destinate a fare essenzialmente le mogli ma spinte dagli eventi – e naturalmente dalla loro stessa volontà – a ritrovarsi in mezzo a tutti quegli uomini, sulle montagne, nelle campagne. Donne di ogni estrazione sociale e culturale, fede politica e religiosa. Presenza trasversale in tutti i sensi, sempre con la consapevolezza di fare qualcosa d’importante, pure se estranee alle grandi scelte della Storia.

La domanda di tutte: pane e pace. Anche tra assalti ai forni e ai camion carichi di carbone nelle immagini di un’Italia affamata, sporca, lacera, piena di cimici all’apice della guerra e nella sua fase più tragica, ammesso che in una guerra si possa fare una graduatoria di tragicità. E al quinto inverno bellico spuntano le volontarie per la libertà e le battaglie per i salari, l’esperienza dei campi di sterminio e di concentramento, i giornalini stampati sui quali si rivendica la parità dei diritti.

 

Il diritto di voto? Può aspettare
Alla liberazione, immagini di gente felice nonostante tutto e malgrado i problemi irrisolti. Il primo, per le donne, quello dei vecchi lavori perduti e del ritorno all’opzione domestica in un quadro di dopoguerra difficile e ansiogeno tra l’operosità della ricostruzione e la conquista del diritto di voto.

Già, quella. Che qualcuno, proprio da sinistra, avrebbe voluto ritardare sostenendo che fosse necessario aspettare qualche anno perché allora si “rischiava che le donne votassero prevalentemente per la Democrazia Cristiana”.

Cammino ancora lungo, evidentemente, nel processo di adeguamento sociale e a livello di stima, affidabilità e rispetto verso la donna.

A margine, a proposito del voto, le ultime sequenze rimandano scene delle prime elezioni con file interminabili di persone, resse e coinvolgimento totale della gente: fa un po’ effetto vedere tutto questo e confrontarlo con l’indifferenza, l’assenteismo e l’astensionismo di oggi come smaterializzazione del concetto partecipativo alla vita democratica del Paese.

Testimonianze raccolte negli anni
L’emancipazione della donna cambia la qualità della vita. Così conclude questa pregevole operina ricca di vibrazioni.

Fatta di interviste e testimonianze fuori campo raccolte negli anni, di rare sequenze in bianco e nero su pellicole rigate (provenienti, dall’Archivio nazionale della resistenza, da quello storico dell’Istituto Luce, da quello del cinema d’impresa e molte altre fonti) di vecchie polverose moviole, reperti e remote scatole di cartone piene di foto e di oggetti appartenenti ad un passato ingiallito.

L’aspirazione alla parità
Niente nostalgie, però, né retorica, né toni tronfi o celebrativi. La politica e la morale facile sono lontane. Si celebrano, qua, soltanto le donne.

Tutte, non solo quelle immortalate nelle immagini che pure raccontano di aver aderito alla resistenza perché non piaceva loro la vita che facevano o semplicemente perché volevano essere libere.

Il senso del film è soprattutto questo. È nella ricerca di parità nel lavoro e nella famiglia, nella libera scelta sessuale, nel superamento dei ruoli convenzionali. Insomma, una “resistenza” che ha un significato diverso da quello cristallizzato nel tempo e che ancora oggi ha un senso se accostata alle cronache cariche di violenze, maltrattamenti, soprusi di ogni tipo. La guerra, in un certo senso, non è ancora finita.

Voto: 3/5
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