Claudio Trionfera

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Uomini a distanza siderale. Va così, a Tel Aviv, in Libere, disobbedienti, innamorate (dal 6 aprile nelle sale) di Mayasaloun Hamoud, autrice palestinese all’esordio talentuoso, dove tre giovani arabe di origini e provenienze diverse si dividono un appartamento carico d’intraprendenze e flussi esistenziali.

Laila (Mouna Hawa) fa l’avvocato e si diverte con tutti i mezzi a disposizione, fumo, droga e alcol compresi; Salma (Sana Jammelieh) è una dj omosessuale vagamente punk, sfrontata, malinconica e mutevole; Nour (Shaden Kamboura), timida e castigata, esprime col Hijab che le scopre soltanto l’ovale del viso un tradizionalismo pacato, ben diverso da quello autoritario e fanatico del suo fidanzato che non tarda a manifestarsi nella maniera più spregevole e brutale. La loro vita scorre nella quotidianità incisa dal profilo di una città della quale si avvertono i colori, le pulsazioni, i respiri, i rumori, le contraddizioni di un luogo a metà strada tra l’antico e il moderno, la conservazione e il rinnovamento.

Viaggio nella “terra di mezzo”

Una terra di mezzo. In Between, difatti, recita il titolo originale del film. Che, non è certo un caso, sceglie Tel Aviv per svilupparsi e illustrare le storie di quelle tre coinquiline. Prese, anche loro, a metà cammino, sulla linea di confine tra le indecisioni e le scelte definitive, tutte legate all’amore – o genericamente alle loro relazioni sentimentali – cioè a quelle dinamiche affettive da interpretare in funzione metaforica, in ogni caso simbolica.

Ecco allora Laila che s’illude di incontrare l’uomo della sua vita salvo accorgersi che costui è fisiologicamente incapace di accettarla per come è e per le scelte che fa; Nour che, aiutata dalle altre due amiche, trova la forza di ribellarsi alla cupa visione di assoggettamento annidata nel suo uomo e riesce a lasciarlo, mandando all’aria un matrimonio che minacciava di diventare carcerario; e  Salma, che finalmente s’imbatte nella “ragazza giusta” capace di regalarle complicità e tenerezza, naturalmente a scàpito delle relazioni con i propri genitori i quali, alla rivelazione, reagiscono in maniera disumana e tranchante qualificando la sua natura come “malattia”. Lei, però, la sua scelta ormai l’ha fatta, forse unica fra le tre ragazze ad uscire davvero dalla “terra di mezzo”.

I tre poli narrativi

Donne in agitazione e in effervescenza. Uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Una metropoli gorgogliante e fermentata. Tre poli sui quali la combattiva regista Hamoud gioca la sua sfida civile e, come si vede, molto (al) femminile. Con un film – dedicato alla memoria dell’attrice, regista e sceneggiatrice israeliana Ronit Elkabetz scomparsa l’anno scorso – strutturato come una commedia ma in verità sviluppato attraverso un intreccio ad alto tasso drammatico. Un cinema “attivistico” e in qualche modo legato alle teorie di quello femminista che tende a smontare la categoria maschile e del suo ruolo impressi nello sguardo tradizionale per proporre, invece, un’angolazione prospettica diversa e una soggettiva davvero femminile.

La donna cambia la Storia

Le guerre, le distanze etniche, le conflittualità storiche spesso presenti nel cinema mediorientale sembrano scivolare in secondo piano rispetto a certe istanze di condizioni vitali così bene raffigurate dai casi delle giovani protagoniste, fra l’altro integrate e decorate nei loro caratteri da una recitazione fortemente comunicativa e stringente nelle tre attrici che le rappresentano. In realtà quelle tematiche restano sullo sfondo ma non possono non incidere sullo svolgimento e sulle conclusioni del racconto: che individua proprio nella donna l’elemento capace di ribaltare il corso delle cose e, forse, della Storia.

Colonna sonora da ricordare

Gli esiti del film, che pure si sviluppa su tracciati lineari intaccati da qualche farragine narrativa, sono nel complesso convincenti. Lo svolgimento dell’azione è godibile e riesce sempre a coinvolgere pure nel piglio asciutto e oggettivo delle caratterizzazioni, mai còlte in caduta libera verso lo sdilinquimento, la leziosità o, peggio il vittimismo autocompiacente cui talune vessazioni sui personaggi indurrebbero. Un’altra nota brillante compete alle musiche che guarniscono assiduamente la narrazione: schema innovativo che guarda ai panorami della dance sintetizzata, alla batteria elettronica di Nadav Dagon, al theatrical rock targato Habiluim, al post-rock elettronico e super-intensive dei Tiny Fingers, alla facciata underground libanese di Dani Baladi. Tutto da ascoltare attentamente, accanto alla fase della visione.

Voto: 3/5
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