Claudio Trionfera

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Celeste, a dispetto del proprio nome, è cupa. Scontrosa. Incattivita dagli sbagli fatti nella vita, dal tempo a suo vedere sprecato dedicato a un marito che è morto e a un figlio irriconoscente. Celeste ha sessant’anni ed è sola. Vive in una casa di riposo che lei chiama albergo. E alterna la solitudine con tristi viaggi in treno per andare dal figlio che proprio non brucia dalla voglia di vederla.

Un giorno, nella stazione desolata e assolata d’agosto, si addormenta su una panchina e si ritrova un bimbo di pochi mesi sulle ginocchia. Glielo ha deposto là Giulietta, una giovane prostituta che scompare per poi riapparire più tardi quando Celeste ha già incominciato il suo girovagare col bambino – che si chiama Leone - tra le braccia, come una sonnambula, senza sapere che cosa farne. Di qui s’intreccia uno strano rapporto tra le due donne così diverse fra loro, un inseguimento reciproco e dissennato col bambino come punto d’incontro ed elemento d’improbabile dialogo.

Un sistema viene a codificarsi: quando è il momento di andare al “lavoro” la ragazza s’infila una parrucca platino e lascia il bambino a Celeste, che ormai accetta passivamente gli eventi vedendola allontanarsi sulla strada in cerca di clienti. Lo schema, però, s’interrompe quando Giulietta, dopo aver lasciato come al solito Leone a Celeste, finisce sotto un tram e muore.

Di qui parte un’altra storia: quella di Celeste, oramai “madre” suo malgrado, non più solitaria, vagante nella città deserta popolata solo di figure bizzarre, protagonista del proprio cambiamento attraverso la riscoperta del senso della vita. Fino a morire anche lei. In un riscatto quasi catartico, lustrale nell’acqua marina,  sorta di sacrificio che lascia al bambino il testimone di una rinascita.

Interessante seguire il ritorno al grande schermo di Leone Pompucci, talento cristallino del cinema italiano anni Novanta (Mille bolle blu, ’93; Camerieri, ’95), quindici anni dopo l’uscita del suo terzo e poco fortunato film (Il grande botto, 2000). Da allora solo televisione con buona frequenza. Oggi la conferma di una creatività originale e coraggiosa nelle cornici di una Roma post-apocalittica, testimone di una Natività certo profana ma non estranea ai valori spirituali che a poco a poco affiorano nel racconto.

Leone, che si chiama come Pompucci, è figlio di una mamma particolare ma per Celeste è come se fosse caduto dal cielo, quel cielo che ha lo stesso colore del suo nome. Per lei, e probabilmente per quell’umanità lacerata, misera, vacua ed errante che ogni tanto spunta nel vuoto della città, è un “redentore” capace, lo si intuisce in un epilogo finalmente festante nonostante la morte di Celeste, di spargere i suoi semi liberatori.

Tra surrealismo e realismo magico, germi felliniani, improbabili processioni, un elefante senza circo, vecchie fatine narranti, una folla di personaggi che occupa lo spazio cinematografico senza scopo apparente ma in verità con funzione di “coro” al procedere della protagonista nella sua stralunata odissea metropolitana.

In questi climi rarefatti si consuma una storia onirica e rarefatta, dark side di una “grande bellezza” lontana anni luce nella città che mostra il suo volto più brullo e depressivo. E che, anche quando il percorso narrativo scelto dall’autore si fa un po’ scivoloso nel proliferare delle stravaganze, resta cornice ideale – direi quasi “ideologica” – di una drammatica riflessione sociale.

Prima spenta, stanca e dolente; poi carica di speranza, di illusioni, infine di amore. Così Ida Di Benedetto domina il film nella parte di Celeste e si espande nella storia col piglio della grande attrice e forte misura drammatica. Fin quando resta vivo il personaggio di Giuletta, Catrinel Marlon lo interpreta affiancando con vivacità la protagonista.

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