Claudio Trionfera

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Miii che famiglia. Acciuffano, spolpano e spellano chiunque càpiti a tiro. Che sia un presunto ladro di galline o un tapino che passi casualmente da quelle parti, cioè nella sinistra dimora texana con annessi fattoria e fienile, teatro d’ogni genere di efferatezza.

Succede a casa Sawyer sotto la guida funesta di mamma Verna (Lily Taylor) che aizza la prole all’uso della sega elettrica e altri strumenti settòrii. Chi si diverte meno, tra i figlioli, è il piccolo Jackson, che avrà una decina d’anni e nessuna  voglia, giustamente, di squartare un malcapitato nonostante il tifo di famiglia; partecipando però più tardi, con tutti gli altri, all’uccisione atrocissima e perversa della figlia del ranger Hal Hartman (Stephen Dorff). Il quale, neanche a dirlo, diventerà il nemico numero uno dei Sawyer pur non potendo dimostrare che sua figlia glie l’hanno ammazzata loro, visto che del suo corpo rimane praticamente zero.

Un risultato di efficace raccapriccio

Parte così, tra urla, sangue e boati Leatherface (in sala dal 14 settembre, durata 90’), prequel dell’extracult  Non aprite quella porta di Tobe Hooper (1974): che negli anni ha avuto diversi seguiti più o meno degni ma mai aveva trovato qualcuno che se ne occupasse a livello di genesi.

Il buco, diciamo, così, adesso è tappato per mano di due registi francesi, Alexandre Bustillo e Julien Maury - simpatizzanti dell’horror diventati noti soprattutto con Inside (2007) - e con l’assistenza a tutto campo dello stesso Hooper.

Ne sgorga e ne schizza fuori, per restare in tema, un risultato di efficace raccapriccio che prende le mosse da questo prologo anni Cinquanta e si sviluppa nel decennio successivo, quando ritroviamo poco più che ventenni Jackson (Samuel Strike) e Bud (Sam Coleman) di provenienza Sawyer  ospiti di una struttura per ragazzini reduci di famiglie criminose (ce li fece spedire Hartman). Programma: rieducazione prima del carcere.

Maxi evasione con infermiera-ostaggio

Naturalmente la storia non si ferma qua. Perché i due ragazzi partecipano ad una maxi evasione di delinquenti in erba da quella dimensione rieducativa, ritrovandosi con altri due sanguinari compagni di fuga, Ike (James Bloor) e Clarice (Jessica Madsen) i quali, oltre a far sesso tra loro ad ogni piè sospinto, prendono ostaggio la giovine infermiera Lizzy (Vanessa Grasse), destinata a diventare testimone di tutte le efferatezze del mondo in un folle zigzag sugli asfalti del Texas.

A seminare ovunque cadaveri, canagliate gratuite e fucilate a bruciapelo.

Per la verità Lizzy è anche molto carina e attira, forse intimamente ricambiandoli, i sentimenti di Jackson che poi tanto cattivo non sarebbe se, come si dice, non ce lo facessero diventare.

A questo penserà l’inesausta e insanabile ricerca di vendetta del ranger Hartman il quale, senza scendere in particolari che svelerebbero i dispositivi del finale, farà in modo di costringere Jackson, irrimediabilmente sfigurato e amorevolmente ricucito in volto da mamma Verna, a indossare l’allarmante maschera di pelle destinata a diventare, cinematograficamente parlando, leggenda.

Un racconto surriscaldato nel campionario di trapassi

Lo splatter è servito. Va detto - ma qua l’individualità dell’opinione è dirimente – in modo sontuoso.

Leatherface non sarà un capolavoro ma si propone come un ottimo costrutto di genere, in una sospensione che, chimicamente parlando, sotto l’ombrello del gore fa convivere benissimo il più generico horror e il western della migliore specie. Tanto per intenderci:  echi lontani ma udibili di un John Carpenter e un Sam Packinpah aggregati e senza freni.

L’azione non ha soste e la vicenda è attrezzata, se non proprio per sorprendere fino in fondo, almeno per non seguire percorsi consueti e logori. Il registro è modificato di continuo, tra inseguimenti, corse, sbaragli e carneficine dove è difficile immaginare, lo capirete, che il gruppetto fuggiasco arrivi intatto all’epilogo.

Ovunque strappi e feroci urlanti soluzioni visive, in un racconto surriscaldato e fumante dove il campionario di trapassi è vastissimo e non vi si contano i modi di uccidere, frutto di uno studio accurato che chi ama il genere – nelle sue volute e a volte grottesche intemperanze – di certo apprezzerà.

I cambi di direzione nella sceneggiatura

D’altra parte questo mattatoio all’aria (prevalentemente) aperta trova sponda nella fotografia ruvida, rugginosa e bruna dell’altro francese Antoine Sanier, uno che detesta il ristagno; e nei temi musicali un po’ alla Ry Cooder (la firma è di John Frizzell) fiondati sul racconto e caricati di tonanti additivi digitali.

Comunque se il tema principale del film del ’74 era Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd composta lo stesso anno, quello di oggi è Leave Me alone di Nathaniel Mayer che come vintage (1962) e in genere come scelta musicale non scherza.

Nella bolgia, tra le belve umane e nei costanti cambi di direzione di una sceneggiatura (di Seth  M. Sherwood) che impone, in qualche modo, le “vecchie maniere” anche alle scelte di rappresentazione, il film trova alcuni dei suoi spunti migliori come la rutilante, prolungata, veemente e irresistibile scena dell’evasione ; specchiandosi anche in una recitazione abbastanza “maledetta” , credibile ed essenziale, specie nella febbrile allucinata Jessica Madsen nella parte di Claurice e nell’implacabile gelido Stephen Dorff in quella del ranger.

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Voto: 4/5
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