Claudio Trionfera

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Due matrimoni falliti e altrettanti ex mariti da frequentare amabilmente con le loro nuove compagne. Due figli. Una relazione più recente e “tipica”, quindi tutt’altro che rilassante, con un uomo sposato.  Che altro?

Ce n’è abbastanza perché Flavia, dopo aver scavalcato la siepe dei 50’s, non si senta proprio a suo agio nei panni di single. Nonostante il tourbillon di rapporti, difatti, è irrimediabilmente infagottata nella solitudine e nello smarrimento, componenti essenziali di un universo fragile come cristallo. Eccola, così, beccheggiare tra mille dubbi e pochissime certezze nel mare della sua vita, che allo stesso tempo è piatto e tempestoso.

Una famiglia allargata
Flavia è malata. La sua patologia si chiama insicurezza, che genera precarietà, smarrimento, fragilità. La “cura”, poi, è quasi peggiore del malanno che la sollecita: perché non è certo efficace, anzi funesta, la frequentazione subordinata e sottomessa con gli ex mariti, con i figli, perfino con le amiche a volte prepotenti, con le mogli degli ex che non solo le tocca sopportare ma anche cercare inutilmente di uguagliare in termini di femminilità in un confronto impari e frustrante.

Insomma un disastro. Neppure il rapporto col cagnolino dei vicini, unico barlume di sentimenti attivi che quella bestiola sembra esprimerle, ha esiti benigni; così come finiscono tra riluttanze e sensi di colpa gli approcci squallidi di un collega cui lei inizialmente cede. Le resta soltanto una speranza: l’aiuto della sua psicanalista, che l’accompagna sulla difficile strada del recupero dell’autostima. Strada non meno ardua, peraltro, di quella che percorre rovinosamente in macchina tentando a ripetizione di prendere la patente; o di quella che, con impacci e ingenuità un po’ ridicoli, vorrebbe intraprendere per resuscitare la propria sessualità attraverso pratiche di autoerotismo. Se la caverà? Chissà.

Sembra morta, ma è solo svenuta
Esistenza tribolata. Flavia, parafrasando un titolo famoso, sembra morta ma è solo svenuta. Solo che farla rinvenire non è facile, forse perché la prima a rifiutarsi di farlo, sotto sotto, è proprio lei. Molle e cedevole, intrappolata in un circolo vizioso del quale lei stessa sollecita, pure inconsapevolmente, il moto pernicioso.

Parrebbe un cupo dramma esistenziale. Invece è una commedia. Pensata, scritta (con Daniele Costantini che collabora anche alla regia), diretta e interpretata da Laura Morante alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dopo Ciliegine (2012). È lei, naturalmente, Flavia. Dolce, indifesa, spiritosa, pasticciona, impacciata, ingenua. E suo è l’assolo molto, molto paradigmatico annunciato nel titolo.

Una grande prova d’attrice
Va subito rilevata, mettendovi l’accento, una prova d’attrice di grande livello. Morante esibisce tutte le sue qualità di intensità, espressività, misura, humour passando dall’isolamento malinconico alla comicità involontaria delle situazioni paradossali nelle quali si va a cacciare. Recitazione soffice, ma efficace e nitida, inserita nell’ingranaggio complesso del film. Dove la figura della protagonista si sposta con una certa agilità, muovendosi da una zona all’altra del racconto e connettendone bene le diverse porzioni. Insomma un elemento di grande valore, una pratica d’attrice dalla quale l’intera storia trae innegabile respiro.

Parola chiave: autostima.  Il film, si può dire, ruota in buona misura attorno a questo concetto, accanto a quello, non meno significativo, del rapporto con l’età e col tempo che va. Non necessariamente quelli di Flavia, sebbene il caso specifico non possa che ricondurre a lei l’intera problematica. I brani della sua vita sono tessere di un puzzle che si compone in progressione pacata,  legando diversi stili cinematografici attraverso segmenti di un presente narrativo incrociati con quote di memoria strutturate a flashback, ma in verità rappresentate con modi quasi onirici e visionari nelle immagini ovattate e cariche di simbolismi. Memoria “fantastica”, filtrata e deformata in una lettura intima, introspettiva.

Raffinato tratto formale
La rappresentazione è dolce, elegante, liquida, a tratti ellittica attorno alle situazioni interpretate con uno sguardo ora dolente ora vivace e divertito, negli itinerari di un film così francese nel suo raffinato tratto formale. Importante, in questa prospettiva, anche il contributo degli altri attori, un insieme eccellente da una grande Piera Degli Esposti che dà il volto alla psicanalista dottoressa Grünewald, a Francesco Pannofino e Gigio Alberti (rispettivamente Gerardo e Willy, gli ex mariti di Flavia), a Carolina Crescentini e Emanuela Grimalda (Ilaria e Giusi, mogli degli “ex”), a Lamberto Fassari malcapitato istruttore di guida, Donatella Finocchiaro, Marco Giallini, Angela Finocchiaro, Francesco Colella.

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