Claudio Trionfera

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Che cosa possa unire un investigatore privato male in arnese, ma di qualche efficienza e un attore teatrale sull’orlo del baratro, solo il cinema ha la facoltà di stabilirlo. E difatti. Nel caso specifico di L’abbiamo fatta grossa di Carlo Verdone, un tradimento coniugale. Patito meritatamente dall’attore Yuri Pelagatti (Antonio Albanese) il quale, scaricato dall’esausta moglie Carla (Clotilde Sabatino), si rivolge all’investigatore Arturo Merlino (Verdone medesimo) per scoprire se lei lo tradisce con l’avvocato che lo sta costringendo a pagare un mantenimento per lui, squattrinato, del tutto fuori portata.

Questo il preludio all’azione successiva, attorno alla quale gira tutta la storia. Che per un bizzarro equivoco e una scambio di persone (e di tavoli) durante un’intercettazione maldestra in un ristorante dove si danno convegno la moglie di Yuri e l’avvocato, fa capitare tra le mani del detective e dell’attore una valigetta zeppa di denaro.

Un “malloppo” ingrombrante
Un milione di euro in biglietti da 500. Che i due, declinata rapidamente l’intenzione di denunciarne il ritrovamento, nascondono in casa di Arturo, tentati – un po’ ipocritamente ed elusivamente  l’investigatore nella sua integrità di ex-carabiniere, più esplicitamente e famelicamente l’attore – di tenersi il malloppo, sfilandone anzi qualche biglietto ogni tanto. Poveri e ricchi allo stesso tempo, ciascuno col  suo carico sentimentale da gestire, Arturo con una spasimante armena e canterina di nome Lena (Anna Kasyan), Yuri con la moglie che continua a respingerlo.

L’arrivo dell’Uomo elegante
Va da sé che prima o poi, per un altro gioco di sventurate casualità, il legittimo (si fa per dire) proprietario del denaro, un distinto, gentile ma sinistro “senza nome” chiamato genericamente Uomo elegante (Massimo Popolizio), scovi i due e si faccia vivo in tono ovviamente minaccioso, spalleggiato da truci muscolosi gorilla.

Restituzione d’obbligo, anche perché quella pericolosa banda sequestra Lena e tallona inesorabilmente attore e detective: i quali, nonostante i buoni propositi di riconsegna, non ritrovano la refurtiva, infilata nel cappotto di uno zio defunto poi spedito a loro insaputa ad un centro parrocchiale di raccolta per mendicanti. Alla fine, logicamente, le tessere dell’intrico si sistemeranno nel modo giusto, non senza qualche altro fragoroso accidente e una singolare rivelazione sulla vera identità dell’Uomo elegante.

Venticinquesimo film da regista
Carlo Verdone cambia registro. Ancora una volta nella sua carriera vivace e luccicante, al compimento del suo venticinquesimo film da regista, 36 anni dopo il primo, Un sacco bello. E lo fa mettendosi al fianco un comico fuori steccato come Albanese, sistemandosi attorno un nucleo di personaggi eccentrici, rileggendo a modo suo certi topoi del cinema gangsteristico, sfiorando con nonchalance apparente taluni guasti dell’Italia di adesso.

Tutto questo, beninteso, senza rinunciare alle proprie caratteristiche di recitazione spassosa, alla sua celebre buffa mimica facciale, alle sortite più spiritose e capaci di garantire la risata convinta (c’è perfino, in altro contesto, un’autocitazione raffinatissima e quasi underground quando nel dialogo affiora un “so' greci” in memoria della leggendaria battuta sulle olive, nel duetto con Mario Brega in Borotalco). Ma gli spunti pregevoli sono numerosi, non necessariamente plateali o manifesti, come quello legato all’incambiabilità del biglietto da 500 euro, magari anche solo per pagare un gelato e in ogni caso per la mancanza di eventuale resto tout court da parte di chi, appunto, quel resto dovrebbe quanto meno averlo in tasca.

Un talento aggiornato
Solo piccoli esempi, in ogni caso, all’interno di una sceneggiatura intelligente e di un costrutto assai ricco, frutto di una composizione attenta di situazioni e personaggi, all’insegna di una larga varietà/variabilità di procedure narrative. Verdone “nuovo” anche in questo. Da applaudire per la sua destrezza nell’adeguare al meglio le proprie risorse – anche quelle creative – e per l’intuito col quale aggiorna e perfeziona il suo indiscutibile talento.

Meriti riflessi nella recitazione: non solo quella individuale ma anche quella collettiva oltre, logicamente, la performance di Antonio Albanese fatta di carnosa comicità, governata e slabbrata ad un tempo, ludica e stupefatta. Piace, da ultimo, segnalare un delizioso cameo di Giuliano Montaldo (compare anche sua moglie Vera Pescarolo) nei panni di un generale in pensione cui Verdone, dietro compenso, riporta il gatto (prima di intrupparsi con Albanese-Pelagatti). Una pagina finemente briosa e un omaggio pieno di affetto ad un maestro di cinema.

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