Claudio Trionfera

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Che cos’è quel misterioso flusso che unisce le figure de La tenerezza? Il film di Gianni Amelio (in sala dal 24 aprile), dodicesimo dell’autore a 34 anni dall’esordio con Colpire al cuore,  cerca di raccoglierlo sotto il concetto espresso nel titolo. E in un racconto a sua volta desunto, liberamente, dal romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone (Longanesi), titolo, a sua volta, addirittura più esplicativo di quello del film se si segue la traccia di ciò che Giovanna Mezzogiorno, nella parte di Elena, sussurra accanto al padre Lorenzo (Renato Carpentieri), nel loro primo momento di reale prossimità sentimentale alla fine del film: “La felicità non è una meta da raggiungere ma una casa in cui tornare; non è davanti ma dietro; tornare non andare”.

La frase è ripresa da una lirica araba. E posata su tutto ciò che accade nella vicenda pare voler dire che, in fondo, ci sarebbero tutti i presupposti per essere felici ed amarsi in questa vita e in questo mondo; solo che non ci riusciamo perché siamo bravissimi a rovinarci l’esistenza con le nostre mani e soprattutto con le nostre teste.

Quell’avvocato arido e solitario
Lorenzo è un avvocato settantenne in pensione, reduce da un infarto e da una carriera zeppa di intrallazzi, cinico, immusonito e arido, rinsecchito come un fascio di paglia, da tempo in rotta coi figli Elena e Saverio (Arturo Muselli) con i quali ha deposto ogni forma di dialogo. Esce dall’ospedale e se ne torna a casa, un bel palazzo storico al centro di Napoli. Dove qualcosa, d’inaspettato e improvviso, accende la sua curiosità, prima in modo flebile e distaccato, poi con intensità crescente. Sono i suoi nuovi vicini. Fabio e Michela (Elio Germano e Micaela Ramazzotti) che con i loro due bambini Bianca e Davide (Bianca Panicci e Giovanni Esposito) hanno preso in affitto l’appartamento di fronte al suo.

Curiosità e non solo. C’è dell’altro nell’ispido Lorenzo. Qualcosa capace di fargli ritrovare un calore e una umanità perduti nello sguardo umbratile e triste di Fabio, mite uomo veneto e soprattutto nell’energia e nella spontaneità ruspante e svagata di Michela che parla della sua Ostia come fosse Palm Beach, della vivacità garrula dei loro bambini. Tenerezza forse? Può darsi, la stessa complice delicatezza che attraversa il rapporto di Lorenzo col suo nipotino Francesco (Renato Carpentieri jr.), figlio di Elena che è single,  fa la traduttrice nei tribunali e mantiene proprio attraverso Francesco l’unico esile filo di rapporto con suo padre.

Dove la storia cambia il suo corso
È un evento traumatico e molto violento a cambiare il corso della storia e delle vita di tutti. A trasformare, forse, l’aridità in rigoglio, l’ambiguità in purificazione, il gelo in tepore, il silenzio in parola. E ad accendere, per così dire, la storia di contenuti molto diversi da quelli che ne costituiscono i presupposti e il posizionamento iniziale.  Certo, l’uomo burbero e chiuso che a poco a poco si apre e si scioglie non è figura precisamente nuova, nel cinema. Qua, però, i modi coi quali Amelio apre lentamente la cerniera di Lorenzo hanno caratteri insoliti e movimento delicato, il rapporto tra causa ed effetto non sembra così immediato, l’attenzione del solitario avvocato per i suoi vicini pare essere una sponda, una casualità o un semplice sintomo per riaccendere sentimenti che sono lì, dormienti, in attesa solo di essere ridestati.

Il tracciato è pieno di assenze. Anche d’amore. Magari non riconosciuto in tempo come tale. Lorenzo, rimasto vedovo, confessa di non aver mai amato sua moglie o forse sì, ma soltanto adesso; e probabilmente non ha mai amato neppure la sua amante, per la quale sua moglie è morta di dolore. Fabio, dai soprassalti infantili – anche d’ira quando aggredisce un immigrato che vuol vendergli qualcosa per poi pentirsene disperatamente – dice di non riuscire a comunicare coi suoi figli.

Il valore aggiunto: l’interpretazione
Assenze di case, di luoghi, di identità, di comunicazione. Ombre flottanti in una Napoli densa di vicoli e motorini, percorsi tortuosi, umori caldi del centro e spazi spersonalizzati e metallici del centro direzionale. Città-specchio di un racconto dominato dalla figura di Lorenzo e dalla solenne e magnetica interpretazione che ne dà Carpentieri, tutta interiorizzata, traversata da silenzi e riflessioni, dalla sofferenza e dalla macerazione, dall’attenzione con la quale studia – quasi da entomologo – la vita dei suoi vicini e i loro comportamenti, assorbendo da Michela e dalla sua spensierata distrazione una sorta di nutrimento prodigioso capace di riattivare il suo circuito sentimentale. Senza malintesi, sia chiaro: sentimenti vicini a quelli paterni, prossimi alla tenerezza e all’aspirazione ad un’innocenza perduta.

Esplorazione della sfera emotiva
Il film sviluppa un profondo insinuante intreccio di relazioni, ciascuna intimamente collegata alle altre in un complesso lavoro di sceneggiatura (scritta dallo stesso Amelio con Alberto Taraglio) nelle azioni, nei dialoghi e nei pensieri. Un gioco seduttivo di impulsi e di affetti – sottolineato nei primi piani, nei densi cromatismi degli interni, nei panorami nitidi dalla fotografia lucente di Luca Bigazzi - che impegna la sfera emotiva, sollecitando una intensa partecipazione ai casi dei personaggi, segnatamente quello del protagonista Lorenzo, un po’ meno quelli degli altri, presenze più simboliche e funzionali alla storia che reali nella loro dimensione e nei loro caratteri umani.

Tutto questo senza che, per fortuna, certi slanci nei rapporti e nelle pertinenze sconfinino dalle necessarie oggettività e distanze che consentano alla narrazione di conservare una sua compattezza armonica incrinata però, qua e là, da qualche breve cedimento alla teatralità e all’enfasi , addirittura al sogno fantasmatico. Magari precursori di redenzioni,  elaborazioni metabolizzanti di nuove verità e suggerimenti decisivi per rifare i conti con la propria vita.

Voto: 3/5
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