Claudio Trionfera

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Il paesaggio è brullo, petroso, riarso. Di quel giallo ocra e arancio che sa di terra bruciata dal sole. È il pianoro pugliese di Torrematta ne La guerra dei cafoni, in sala dal 27 aprile, firmato a quattro mani dal leccese Davide Barletti e dal romano Lorenzo Conte, associati in passato ad altre esperienze cinematografiche (Fine pena mai, 2007 e i due documentari  Ritratto di Ettore Scola, 2012 e Non c’era nessuna signora a quel tavolo, 2013), già interpreti di un cinema abbastanza fuori steccato e visibili connotazioni civili.

Al centro del contrasto
C’è una guerra in atto, come suggerisce il titolo. Tra “cafoni” e “signori”. Un conflitto che parte da lontano e dalle profondità della Storia, dal rapporto tra la classe dominante dei grandi proprietari terrieri e quella subalterna dei contadini, tra la prepotente sovranità degli uni e la sottomessa sudditanza dei secondi. Uno sbilanciamento che, per la cronaca, faticò a venir meno in terra pugliese anche dopo la riforma agraria del 1950, sugli inevitabili detriti dei periodi successivi e con altrettanto inevitabili cascami su quelli successivi.

Senza entrare nei dettagli storici o rigenerare episodi di vita vissuta il film staziona su questo antagonismo antico. Allontanandosi il più possibile, anzi, dalla realtà per rappresentarla in cifra allegorica attraverso uno scontro – divenuto nel tempo una specie di rituale estivo – tra due bande di ragazzini che, per naturale appartenenza sociale e impulso ideologico-comportamentale riproducono le opposte fazioni d’una volta. Evidentemente con lo stesso spirito pugnace in una vicenda che alberga negli anni Settanta ma ripropone, pure tra jukebox, flipper, pantaloni a zampa d’elefante e scorribande in moto gli stereotipi antagonistici di ricchi e poveri, nobili e straccioni, eruditi e incolti. Con due capetti, Francisco Marinho (Pasquale Patruno) alla guida degli agiati e Scaleno (Donato Paterno) a quella dei miseri.

Combattere? Meglio innamorarsi
Al loro seguito, costantemente al centro di scaramucce e riunioni strategiche per organizzare il furto d’una bandiera o consumare qualche assalto provocatorio, una nutrita frotta di ragazzotti bellicosi e ben convinti, da una parte e dall’altra, della loro appartenenza di gruppo. Con alcune simpatiche caratterizzazioni, molta vivacità e ben incisa “cattiveria”, qualche partecipazione amichevole e di peso come quelle di Claudio Santamaria, Ernesto Mahieux e Fabrizio Saccomanno. Tra tanti maschietti, comunque, ci sono anche due femminucce, la “ricca” Sabbrina (Alice Azzariti) e la “cafona” Mela (Letizia Pia Cartolaro) che provvederanno a risolvere, alla loro maniera, la grande zuffa: ciascuna facendo innamorare di sé il capobanda avverso alla propria schiera di competenza, in una sorta di messaggio sentimentale incrociato capace di sedare le mischie. Non senza che un evento traumatico arrivi a segnare, nell’epilogo, la fine delle ostilità.

Perché il film ci piace
Anni Settanta, tempi di cambiamento. I protagonisti s’interrogano: “Cafoni e signori divisi: siamo sicuri che sia ancora così?”. Le terre dei secondi sono ancora inaccessibili ai primi? Nella società che cammina veloce e soprattutto in quel decennio di evoluzione e di rivolte giovanili le tracce del passato vengono cancellate velocemente e quasi per inerzia. Non si sottraggono al loro destino coloro che rappresentano, negli intenti e nella lettura di questa operina originale e moralmente salda, una generazione nascente e ricettiva che scopre la fratellanza,  sotterra vecchi rancori e cancella assurdi privilegi.

Interessante, nello stile di una rappresentazione che riesce anche a coinvolgere, stimolare e divertire, l’applicazione di una matrice figurativa che rimanda al western, alle sue cadenze, ai suoi cromatismi (la fotografia vivace, attenta ai contrasti tra solarità e oscurità, è di Duccio Cimatti). Western (e pure un po' Guerra dei bottoni) alla pugliese, naturalmente. Dove il ricorso al dialetto, talmente stretto da richiedere  il ricorso frequente ai sottotitoli, concede un importante spazio realistico: aggiungendo singolarità e verità ad un percorso per sua natura fantastico e, a momenti, perfino “magico”.

Voto: 3/5
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