Joshua Oppenheimer: The Act of Killing, ecco come gli assassini indonesiani son diventati i miei attori

Incontro con il regista che ha portato i killer dell'eccidio dei comunisti nel 1965 a interpretare se stessi

The Act of Killing (una scena del film) – Credits: I WONDER PICTURES

Terry Marocco

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Un vecchio in camicia colorata balla su una terrazza un cha cha cha e racconta di come si diverte. Vive, dice, tra musica e marijuana. Sembra il seguito di “Buena Vista Social Club, il film sugli arzilli musicisti ottuagenari che a Cuba avevano messo su una band.

E invece no. È la geniale opera prima di Joshua Oppenheimer, giovane regista americano, che in The Act of Killing - L’atto di uccidere (uscito nelle nostre sale il 17 ottobre ), ha messo in scena il diario di uno dei più gravi eccidi della storia contemporanea, raccontato dagli stessi sadici assassini.

È come se Eric Priebke avesse recitato in un film mimando lui stesso le sue efferatezze. Così il vecchietto che balla e si stordisce è davvero Anwar Congo, uno dei torturatori più crudeli durante il genocidio indonesiano del 1965, che portò alla morte di un milione di cosiddetti comunisti, alla caduta di Sukarno e all'ascesa di Suharto.

E quel terrazzo non è una pista da ballo improvvisata, bensì il luogo dove lui, trascinava i prigionieri, per torturarli e infine ucciderli, strozzandoli a mani nude con il filo di ferro.
Il documentario, che è già stato osannato dalla critica e definito da Werner Herzog «il film più potente, surreale e spaventoso dell’ultimo decennio», sarà probabilmente anche in corsa per gli Oscar.

Raggiungiamo Oppenheimer al telefono, sta per partire per il Giappone. Ha 39 anni e un'esperienza decennale con i miliziani degli squadroni della morte, seguiti per filmare i rapporti tra violenza politica e immaginario collettivo. Racconta la sua esperienza, una lavorazione durata quasi dieci anni.

«Ho iniziato nel 2002. Vivevo in Indonesia e cercavo nei villaggi fuori Medan di ritrovare i sopravvissuti del genocidio, ma con disappunto presto scoprii che benché avessero sofferto ogni tipo di violenza e fossero passati ormai molti anni, avevano ancora molta paura di parlare, si sentivano minacciati. Furono loro a farmi capire che dovevo raccontare la storia da un altro punto di vista: quello degli assassini». I torturatori vivevano liberi in Indonesia, nel film girano in macchine cabrio, ridono e sfrontati raccontano cosa furono quegli anni di atrocità.

«Capii da subito che gli assassini erano più che desiderosi di aiutarci, di raccontare le loro imprese. Lì erano trattati come eroi e la polizia ci spalancò tutte le porte per raccontare le loro storie. Ricordo che la prima volta che incontrai Anwar Congo fu da subito molto disponibile e fu allora che mi portò su quel maledetto terrazzo, per mostrarmi dove uccideva». Bastardi senza gloria, ma che avevano vissuto per 40 anni con la gloria, che si beavano di essere dei gangster, che attraverso il film volevano dimostrare di assomigliare agli eroi dei film americani, che loro tanto ammiravano. «Io mi chiedevo: come si vedono questi uomini, come vogliono essere visti, come vogliono che io li ritragga? Sapevano di essere colpevoli, Anwar era consapevole di quello che aveva compiuto, ma sembravano, all'apparenza non provare alcuna vergogna».

Il film è sconvolgente nel mostrare come questi uomini in assoluta tranquillità possano mimare davanti alla telecamera stupri, violenze sui bambini, interrogatori senza regole, torture e assassini brutali. E l'angoscia sale mentre illustrano l'incendio di un villaggio tra le urla disperate delle donne e di colpo si sente dire “Ciak” e si capisce che è tutto fatto per finta, ma ormai gli occhi sono pieni di quella violenza.
Violenza che è stata reale. «Solo Anwar alla fine ha riconosciuto riguardando il film cosa aveva fatto, prendendo coscienza delle sue azioni». Bisogna avere il fegato di arrivare alla fine di questo documentario per capirne la potenza innovativa: il film riesce a cambiare anche i protagonisti, Anwar Congo si rende conto di chi è stato veramente. Come se invece di recitare avesse fatto una lunga terapia. «Ma io non sono un terapista, sono un regista. Volevo soltanto filmare attraverso la rappresentazione, la realtà. Volevo, e ci sono riuscito, che il film fosse visto in Indonesia e nel mondo da milioni di persone che lo hanno potuto scaricare gratis». Per quasi un anno Oppenheimer confessa di aver fatto fatica a prender sonno: «I loro racconti orribili erano diventati i miei incubi».

La violenza rappresentata dai suoi protagonisti sbruffoni, vanagloriosi, spesso trattati come pessimi attori di un musical di serie B, è così vera a tratti da sembrare irreale. In una scena un bambino cerca di difendere il nonno picchiato, il piccolo urla, piange invoca pietà. Nessuno spettatore può restare indifferente e quando Congo accarezzerà sulla testa il bambino, un suo nipote che si era prestato a recitare, a chi guarda il senso di nausea non sarà passato.

«Ho dato ai protagonisti la possibilità di tramutare in dramma tutto ciò che avevano fatto, in qualunque modo volessero, bastava che tirassero fuori i loro sentimenti, mentre lo facevano. Solo ricreando quel tempo hanno potuto capire loro stessi».
I giornali indonesiani hanno sottolineato la valenza storica dell'operazione. Hanno scritto: «C'è un tempo prima di The Act of Killing e un tempo dopo»

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