Claudio Trionfera

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Prendiamolo a prestito da George Cukor e, prima di lui, da William A. Wellman: a New York, il 21 dicembre del 1937, è nata una stella. Che, dunque, oggi ha ottant’anni. Di sangue un po’ inglese, francese, scozzese e italiano negl’incroci parentali.  La stella, che si legge soprattutto star, è Jane Fonda. Ma come – pensi – la lasci Barbarella e la ritrovi ottantenne nel tempo che va? È il bizzarro e un po’ paradossale destino del cinema a spiegarti che, nel suo rotolare, accantona spesso le metamorfosi e coniuga l’immanenza con la perpetuità di un’immagine destinata a resistere all’infinito, prima nel nitrato, poi nel triacetato, più tardi ancora nel poliestere della pellicola e oggi nel formato digitale.

Una “bella pupona” della Via Lattea

La figura resta quella, la bella pupona cui viene chiesto se arrivi dalla Via Lattea o l’angelo biondo supersexy che esclama “Ohhh… ma che diavoleria è?” quando si sottopone al pazzo concerto per sadico e solista di sesso femminile sotto i listoni ondeggianti e massaggianti che sostituiscono martelletti, corde, smorzatori e piroli d’un pianoforte nell’infernale macchina sovrumana azionata da Milo O’Shea. In quel crescendo d’erotismo che conduce all’estasi tra vertigini e sospiri partono orpelli e vesti mentre lei tra “Piuttosto gradevole, no?” e un  “Uh, ma che mi vuole fare?” intraprende la strada che le conduce, sudata e stravolta, al diapason.

Un’icona dei sixties. Escursionista dello spazio creata da Roger Vadim, diventata sex-symbol col rischio di farla anche diventare prigioniera di sé, come lei stessa riconosce quando dice “Per tanta gente resterò sempre Barbarella”, così come sospetta di essere rimasta incollata alla parte della mondana Bree Daniels di Una squillo per l’ispettore Klute o più semplicemente a quella, vera, di figlia d’un papà illustre come Henry.

E la Brenda di Sorrentino umilia Harvey Keitel

Barbarella forever? Non proprio, se mai quello è un broblema d’immaginario collettivo e/o filmico. Perché nel suo olimpo personale per esempio giganteggia, sull’altra sponda temporale che s’accosta al presente, la Brenda dello Youth di Paolo Sorrentino, la divina che con la sua voce roca e profonda umilia il Mick Boyle di Harvey Keitel in un dialogo leggendario che par affiorare dalle acque lontane di Sunset Boulevard: dove ella, con distacco realisticamente spietato e ruggente, si dimette dal progetto del film che lui le ha costruito attorno perché quell’idea, come il suo regista, non ha futuro. A differenza di lei.

Eccolo, il salto di mezzo secolo. Che riempie improvvisamente gl’intervalli e racconta di un’attrice che è sempre là, a ribadire nella sua trasformazione inevitabile e irrimediabile una presenza tignosamente presidiata e protetta, capace di imporre con pochi tratti e luce accecante un altro personaggio impossibile da dimenticare, sontuoso, imperioso e categorico.

Incoercibile e insormontabile, nonostante tutto

Sempre là, malgré tout. Non ostante tre mariti e altrettanti divorzi (Roger Vadim dal 1965 al ’73, Tom Hayden dal 1973 al ’90, Ted Turner dal 1991 al 2001 – quello al quale è più legata “forse perché l’ultimo”, racconta - oltre l’attuale compagno Richard Perry), un tumore, la Hollywood illusoria e triturante, la bulimia, la meccanica intervenuta su un’anca, un pollice e un ginocchio, il lieve restyling sul volto che per fortuna mantiene le rughe, una madre - Frances Seymour Brokaw – che si suicida tagliandosi la gola il giorno del suo compleanno quando lei è ancora una ragazzina dodicenne, con papà Henry a nasconderle una verità poi scoperta da grande.

Una valanga di premi tra magnetismo e seduzione

E, naturalmente, 48 film dal 1960 a oggi, pure recentissimi come lo stesso Youth, Padri e figlie di Gabriele Muccino, Le nostre anime di notte di Ritesh Batra accanto a Robert Redford eterno innamorato con la formula innovativa della distribuzione, compiuta neppure tre mesi fa, sulla piattaforma di Netflix. Tante vite e tanti ruoli costruiti col rigore e la compenetrazione voluti da Lee Strasberg che la plasma nel suo Actors Studio. Risultato: due premi Oscar vinti su sette nomination, sei Golden Globe, una miriade di altri premi compreso un Leone d’oro alla carriera, album musicali, televisione. Sempre splendente, ieri come oggi che mantiene il passo di regina del red carpet e la rinomanza, il magnetismo e la seduzione della diva che non tramonta.

Sette interpretazioni (più una) da ricordare

I film? Se proprio se ne deve ricordare qualcuno, come si fa in questi casi, ne scegliamo sette: A piedi nudi nel parco di Gene Saks (1967); Barbarella di Roger Vadim (1968); Non si uccidono così anche i cavalli? di Sydney Pollack; Una squillo per l’ispettore Klute  di Alan J. Pakula (1972); Tornando a casa di Hal Ashby (1978); Sindrome cinese di James Bridges (1979); Sul lago dorato di Mark Rydell (1981). E aggiungiamo la già riferita tranche di Youth, che quasi vale un intero film.

Dall’estremismo antiamericano all’igienismo aerobico

 Diva e antidiva. Specie negli anni Settanta, quando col corpo, diciamo così, ancora caldo di Barbarella e forse per scrollarselo un po’ di dosso, prende di petto la faccenda del Vietnam buttandosi nella contestazione più spiccata, incalzante ed estremistica diventando una specie di eroina della dissidenza americana e spingendosi fino a visitare Hanoi propugnando il suo appoggio esplicito alla causa nordvietnamita.

Cosa che, peraltro, piace poco all’establishment di casa sua e a buona parte dell’opinione pubblica destinata a mandare giù il rospo negli anni a venire, quando Jane cambia registro pure continuando a lottare per i diritti delle donne; e, più avanti ancora, si rigenera anzi in cento specchi, spazza via il cumulo di rifiuti formali e si dà a realizzare video d’aerobica facendo proseliti sull’onda dell’approccio più igienista.

Femminismo forever e porte (ancora) aperte al sesso

Nelle interviste che, ogni tanto, poco impenetrabile e senza scansarsi concede, ricorda tra i top della vita la nascita del suo primo nipote, un bagno nuda con Michael Jackson e Greta Garbo, il suo fervore femminista che le fa chiamare epidemia la violenza sulle donne reclamando l’attualità del femminismo come concreta prospettiva d’uguaglianza tra i due sessi. E, a proposito di sesso, confessa di non avergli ancora detto adieu: sarebbe triste se dovesse rinunciarvi a priori. Poi, si sa, a tutto c’è un limite “e, allora, pazienza” conclude senza vera rassegnazione. Perché, malgrado l’età che un pochino avanza, c’è una memoria di sex appeal che trama in lei e nelle fibre percosse al posto giusto, spazzando reliquie sotto la crosta mitica della star nata ottant’anni fa. Una volta di più, perciò, auguri Jane.

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