Cinema

Venezia: il J'Accuse di Roman Polanski parla molto di sé e della sua "persecuzione"

Film storico, rigoroso ma poco vibrante, ricostruisce lo scandalo Dreyfus della Francia di fine Novecento. Una vicenda che per il regista assomiglia molto alla sua vicenda giudiziaria

Louis Garrel, Emmanuelle Seigner e Jean Dujardin

Simona Santoni

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Al Lido di Venezia è il giorno di J'accuse (L'ufficiale e la spia) di Roman Polanski, che arriva in scia alle polemiche che hanno aperto la 76^ edizione della Mostra del cinema. In corsa per il Leone d'oro, è un film dall'impianto classico, di stile rigoroso, che sembra il J'accuse del regista stesso contro il sistema giudiziario e l'opinione pubblica che l'hanno messo sulla griglia. Racconta l'affaire Dreyfuss, con toni più solenni che vibranti. 

Ma andiamo per gradi. 

La polemica Polanski a Venezia

Il dilemma atavico è sempre quello: è giusto dare onore e spazio - e in questo caso la platea internazionale del concorso di Venezia 76 - a un ricercato dalla legge? Il regista polacco di origini ebraiche, a cui la Francia ha dato cittadinanza negandone l'estradizione, è accusato di violenza sessuale compiuta ai danni di una minorenne negli anni '70 negli Stati Uniti, da cui da allora si è tenuto sempre alla larga. 

Nella conferenza stampa di apertura della Mostra del cinema, a tale dubbio il direttore artistico Alberto Barbera ha risposto da cinefilo qual è: l'opera d'arte deve essere distinta dall'uomo che la realizza. E quindi, ben venuto a J'accuse di Polanski.
La presidente di giuria Lucrecia Martel, dal canto suo, è stata più severa. Ha ammesso che non avrebbe partecipato al galà del film per evitare di dover applaudire il suo autore. Questa affermazione, estrapolata da una dichiarazione più ampia, è stata poi rilanciata da testate giornalistiche e social a suon di polemiche, con qualcuno che ha anche messo in dubbio il suo ruolo di presidente di giuria e la sua obiettività di giudizio. A noi non sembra che l'osservazione della regista argentina intacchi la sua capacità di valutazione. Eccola: "Non voglio partecipare al gala perché rappresento donne nel mio Paese che sono vittime di questo tipo di abusi, per cui non mi sento di alzarmi e applaudire ma il film c'è. Su questo tema c'è un dibattito e quale miglior luogo che questo, il festival, per il confronto? Non intendo essere il giudice di una persona, occorre affrontare il tema attraverso il dialogo".

Insomma: il film è il film. L'uomo è l'uomo. Si può applaudire il film, si può non applaudire l'uomo. Polemica chiusa. E ora si parli del film. 

Rivive il caso Dreyfus

J'accuse (L'ufficiale e la spia) è stato applaudito alla prima proiezione per la stampa in Sala Darsena. Con una ricostruzione solida che lascia però pochi picchi emotivi, racconta l'affaire Dreyfus, uno dei fatti più controversi della storia francese del Novecento. Un episodio che ha proiettato un'ombra lunga su quello che sarebbe successo da lì a breve, con la vergogna dell'Olocausto. 

Il 5 gennaio 1895 il capitano ebreo Alfred Dreyfuspromettente ufficiale dell'esercito francese, dopo essere accusato di essere un informatore dei tedeschi, viene degradato e condannato alla deportazione a vita nell'Isola del Diavolo nell'oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. Lo incarna un Louis Garrel irriconoscibile, stempiato, ben diverso dal sex symbol noto. 
Umiliato e circondato da un crescente clima di antisemitismo, Dreyfus continua a sostenere la sua innocenza. Il colonnello Georges Picquart (interpratato da Jean Dujardin), che era stato suo maestro senza averlo particolarmente in simpatia, assiste alla sua umiliazione.
Quando Picquart viene
 promosso a capo dell’unità di controspionaggio che ha accusato Dreyfus, scopre però che l'informatore dei tedeschi è ancora in circolazione e che le prove e le indagini contro Dreyfus sono state superficiali e farraginose: Dreyfus è davvero innocente. Da allora Picquart si batte contro tutti i suoi superiori e collaboratori per far emergere la verità, che però l'Esercito francese vuole seppellire per non ammettere i propri errori. 
A sostenerlo, nella sua battaglia per la verità contro l'Esercito e contro l'opinione pubblica, c'è lo scrittore Émile Zola che pubblicha sul giornale L'Aurore il suo celebre "J'accuse", una lettera indirizzata al presidente della Repubblica in cui accusa diversi alti ufficiali di falsità, corruzione e bugie.

L'affaire Dreyfus secondo Polanski

Nello scandalo Dreyfus si intrecciano l'errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l'antisemitismo. Il caso Dreyfus divise la Francia per dodici anni: Polanski oggi lo rievoca, come simbolo delle iniquità di cui sono capaci le autorità politiche, ergendo lo scudo degli interessi nazionali.
È impossibile non leggerci anche qualcosa a lui molto vicino. Nel materiale stampa diffuso a Venezia, in un'intervista fattagli dallo scrittore francese Pascal Bruckner, Polanski (assente al Lido) ammette: "In questa storia trovo momenti che ho vissuto anche io: la stessa determinazione nel negare i fatti e nel condannarmi per cose che non ho fatto. La maggior parte delle persone che mi tormenta non mi conosce e non sa nulla del caso". 

Polanski tratta la vicenda con occhio attento e mano sicura, senza orpelli, sulla musica severa di Alexandre Desplat. C'è sostanza, tanta, ma la tensione emotiva è all'osso 
Al Lido Emmanuelle Seigner, che interpreta l'amante di Picquart, ha definito J'Accuse un "thriller politico e non un film storico". La sensazione, invece, è quella di trovarsi di fronte a un film storico, senza la suspense richiesta ai thriller. 

Da Garrel, anche lui presente a Venezia insieme a Dujardin e al produttore Luca Barbareschi, trapela un anedotto interessante e triste: durante le riprese del film, sul set si è presentata una delle figlie di Dreyfus. Purtroppo anche lei ha subìto la persecuzione: i figli più giovani di Dreyfus sono stati deportati durante l'Olocausto. Garrel dice con desolazione: "Anche la discendenza ha vissuto l'inferno".

J'accuse (L'ufficiale e la spia) arriverà nelle sale italiane a novembre.

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