Claudio Trionfera

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S’è dovuto aspettare parecchio per vedere anche da noi Ippocrate (in sala dal 7 giugno, durata 98’) di Thomas Lilti, regista del quale s’è molto apprezzato, qua, Il medico di campagna uscito alla fine del 2016. Il film di adesso precede a sua volta l’altro di due anni: sulla scia di un exploit ai premi César – gli Oscar francesi – e a livello tematico già parcheggiato, come il successivo, nello spazio della medicina con i suoi personaggi più significativi. Quello di oggi, fresco di giuramento al padre della medicina che dà il titolo al film, s’imbatte nella giungla ospedaliera e diventa artefice di un racconto macchina in spalla svolto quasi coi modi del documentario, concentrato sui motivi dell’etica professionale e i suoi risvolti umani, felicemente spogliato di esiti spettacolari e altrettanto convenientemente fasciato di asciuttezza drammatica e recitativa.

Nel reparto di medicina interna col padre primario

Del resto Lilti conosce bene, diciamo dall’interno, l’argomento, visto che alla passione per il cinema ha sovrapposto la carriera di medico e non ha trovato di meglio che parlare con piena consapevolezza e ottimi risultati di ciò che sa. Per esempio del tirocinante Benjamin (Vincent Lacoste) e del suo ingresso nel reparto di medicina interna dov’è primario il professor Barois (Jacques Gamblin) suo papà, senza che tuttavia la parentela abbia in qualche maniera a condizionarlo, anzi rifiutandone per principio peso e vantaggi.

Accanto ai pazienti, tra distanza e partecipazione

Il reparto è tosto e i primi giorni, con le loro esperienze dirette come schiaffi, lo sono altrettanto. Benjamin fa i conti con la malattia, la sofferenza fisica e psicologica, la morte che a volte è inevitabile e a volte no, gli errori e gli orrori. Poi la distanza necessaria dai pazienti e, al contrario, la partecipazione fatale e, specie nei principianti, impulsiva: che diventano, applicati al cinema, un riverbero analitico di modelli recitativi e di rappresentazione sospesi, appunto, tra distanziazione e coinvolgimento, oggettività e discrezionalità.

Oggettività di stile e contenuti, ma con emozioni

Lilti, nel raccontare questa storia che certo fiancheggia un'esperienza diretta, sceglie senza mezzi termini un percorso realistico di traccia oggettiva nei contenuti e nello stile, peraltro non negando spazio alle emozioni. Specie nel rapporto del giovine protagonista co suo padre e, soprattutto, con il collega algerino Abdel (Reda Kateb) col quale, dopo un approccio conflittuale e sfumato proprio in avvio, intreccia un legame fatto di amicizia, solidarietà e comune impegno contro l'ingiustizia, la discriminazione che Abdel subisce, le carenze strutturali dell'ospedale e - tutto il mondo è paese - i tagli di budget.

Finalmente lontano dalle serie tv zeppe di supermen

Per certi versi, più che a Ippocrate si pensa al suo ologramma, magari al suo fantasma. Con ironia un po' amara e qualche striatura polemica. L'opera di Lilti, in questo senso, è prevalentemente morale e animata da nobilissimi propositi meritando, in questo e nelle sua virtù cinematografica, un plauso convinto. Poi, evviva: finalmente un ambiente ospedaliero affine alla realtà, lontano dalle serie tv di habitat coincidente zeppe di eroi ed eroine in camice bianco o divisa verde, supermen e catwomen, marziani della sala operatoria certo fascinosi e travolgenti nei ritmi del loro operare ma più vicini al videogioco che alla cose di questo mondo.

Accanto alla fotografia di Nicolas Gaurin, che nel movimento costante incoraggia il tono di cronaca, vale la pena di far cenno ad alcune scelte musicali molto raffinate: per esempio The Story Of the Impossible nell’alternative di Peter Von Poehl e Tell Me Something  I Don’t Know col franco-indie rock degli Herman Düne. Ed è un bell'ascoltare.

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Voto: 3/5
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