Claudio Trionfera

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L’incredibile viaggio del fachiro (in sala dal 4 luglio, durata 92’) di Ken Scott non è un saldo di fine stagione cinematografica. Basterebbe l’energia che emana a farne uno dei film più eccentrici ed estrosi della stagione, con un protagonista (Dhanush) che è riduttivo definire attore e che, del resto, in India è autentica star pencolante tra mille arti, da scrittore a sceneggiatore, cantante, produttore, regista, autore di canzoni e musiche da film. E la sua performance odierna ha il gusto dell’avventura fantasiosa,  magica, serrata e spassosissima: da una città all’altra nel segno dell’estemporaneità e della perlustrazione sociale più screziate e fragorose, non senza ripiegare su passaggi più teneri e ponderati.

Un giro del mondo che incomincia in un armadio

Mumbai, Parigi, la Baviera, l’Inghilterra, Bruxelles, Barcellona, Roma, Tripoli, di nuovo Parigi, infine ritorno a Mumbai cioè la ex-Bombay. Un giro del mondo, forse neppure in 80 giorni; perfino, a un tratto, su una mongolfiera. Ma soprattutto, all’inizio, a bordo d’un camion dentro il fatale armadio di Ikea dove s’è nascosto per passare la notte dopo essersi innamorato, nel megastore parigino, della dolce Marie (Erin Moriarty) che tenterà di ritrovare lungo tutto il film dopo aver mancato il primo appuntamento con lei per una incredibile serie di coincidenze.

Alla ricerca di una padre sconosciuto e prestigiatore

È la storia del giovane indiano Aja, semplificazione del più ostico Ajatashatru Oghash Rathod  (interpretato da Dhanush con gioiosa effervescenza): il quale, dopo la morte della madre, parte dal suo paese alla ricerca del padre mai conosciuto, un prestigiatore francese arrivato in India per apprendere l’arte dei fachiri, evidentemente ritagliandosi pure tempo e modo di procreare. E trasportato dal vento e dal caso, s’infila in una peripezia crepitante e coloratissima, picaresca e pittoresca, spassosa e drammatica, tutto sommato romanticamente folle, a metà strada tra Bollywood e il fantasy meno convenzionale, senza dimenticare di concedere qualche passo al musical.

Minacce sventate e funambolici giochi del destino

Non sarà stato un caso che Romain Puértolas, autore del romanzo dal quale il film è desunto, abbia ricevuto qualche anno fa il Grand Prix Jules Verne dell’Accademia letteraria della Bretagna e dei Paesi della Loira. Perché alla logica - e in parte all’estetica - dei “viaggi straordinari” appartiene questa curiosa e molto accattivante scorribanda cinematografica del canadese Scott che non nasconde simpatie per la favola dolce e l’avventura rutilante; e con la macchina da presa mostra di saperci fare parecchio destreggiandosi tra ladruncoli e maghi, minacce sventate e funambolici giochi del destino tra i quali addirittura il risolutivo mecenatismo di una diva (Nelly Marnay, ne recita la parte Bérénice Bejo) che a Roma si prende cura del vagabondo tirandolo fuori dai pasticci.

In tanto vagare c’è spazio anche per il dramma-migranti

Poi c’è la questione, disposta anche in chiave allegorica oltre che pratica visto il vagare di Aja spesso in compagnia di poveri esuli, dell’erranza migratoria con i suoi drammi: che lungo l’intero racconto, ma specie a Tripoli e dintorni, innesca un toccante ragionamento umanitario, qua e là consegnando il film ad una dimensione più austera e riflessiva. Si ride, comunque. Con un sistema narrativo fatto di scene brevi, montaggio stretto, veloce; che magari non mantiene sempre la stessa verve ma che, quando riesce a sguinzagliarla, diventa irresistibile.

Voto: 3/5
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