L’assassinio nel garage è di quelli, come si dice, efferati. Ragazza violentata e uccisa, poi buttata in un cassonetto. È la figlia di Jess (Julia Roberts), un’investigatrice della polizia di Los Angeles. Delitto clamoroso del quale si occupa Ray (Chiwetel Ejiofor), del FBI, collega e amico fraterno di Jess, con tutta la foga e la passione che il fatto richiede; e con l’appoggio altrettanto appassionato di Claire (Nicole Kidman), vice procuratore distrettuale, della quale Ray è silenziosamente quanto perdutamente innamorato.  E, forse, altrettanto silenziosamente ricambiato.

Bel gruppetto, agguerrito e deciso a fare giustizia. Ma, siamo nel 2002,  l’11 settembre è ancora caldo e pesa come un macigno su tutto. Anche su quel delitto. Perché la divisione alla quale il terzetto appartiene opera nell’antiterrorismo e l’assassino è un collaboratore ultraprotetto della polizia, giovanotto mezzo psicopatico che frequenta la moschea vicino alla quale è avvenuto l’omicidio, gola profonda capace di raccogliere e riferire le voci di una cellula islamica dormiente che preparerebbe un attentato a Los Angeles. Le indagini, così, frenano e franano: verso l’insabbiamento.

Tredici anni dopo, però, Ray che nel frattempo ha lasciato la divisa e si è ritirato a New York da investigatore privato , torna alla carica mostrando di non aver mai mollato la preda. Si ripresenta a Los Angeles convinto di aver scovato l’assassino che ormai ha fatto perdere le sue tracce, ritrova Jess e soprattutto l’amata (sempre silenziosamente) Claire, nel frattempo arrivata ai vertici della procura federale. Il passato e le ferite non si dimenticano. L’ostinazione e la sete di giustizia sono sempre le stesse nel terzetto ricomposto e votato ad una caccia all’uomo senza respiro.

Finale spiazzante, forse un po’ troppo stirato come un chewing-gum, che ovviamente non va rivelato nel rispetto del genere cinematografico al quale il film appartiene. Genere composito, per la verità: thriller di partenza, contaminato via via del poliziesco, dal detective movie e - perché no? – dalla love story cui gli sguardi e i sospiri  scambiati con discrezione fra Ray e Claire corrispondono un significativo tributo.

Non che quest’ultimo e non trascurabile segmento narrativo vada necessariamente ad annacquare le tensioni e l’inevitabile asprezza della vicenda. L’arricchisce piuttosto di una curiosa derivazione climatica quasi fitzgeraldiana in quella storia d’amore inconfessata che assume toni malinconici e crepuscolari: certo favorita dalle polveri dorate aleggianti ogni volta su Claire-Nicole Kidman che riecheggia, a tratti e per prerogative somatiche, la Daisy del Grande Gatsby e l’altra Nicole, quella di Tenera è la notte. Favorita, adesso, anche dal riavvicinarsi alla sua espressione d’un tempo dopo talune alterazioni plastiche.

Non sono riferimenti oltraggiosi. Neppure citazioni volute, forse neanche  sospettate da un regista, Billy Ray, qui al sue terzo fra i radi impegni dietro la macchina da presa (dopo L’inventore di favole nel 2003 e L’infiltrato nel 2007) e noto soprattutto come sceneggiatore (mestiere svolto in modo cospicuo per il quale ha già ottenuto qualche riconoscimento, specie con Hunger Games, 2012 e Captain Phillips, 2013). Qui Ray intraprende, con qualche libertà funzionale, la rilettura del romanzo dello scrittore argentino Eduardo A. Sacheri (editato in Italia da B.U.R.) dal quale fu tratto nel 2009 El secreto de sus ojos di Juan José Campanella, premiato l’anno dopo con l’Oscar per il miglior film straniero.

Dunque un remake. Parzialmente infedele, nei modi e nelle dinamiche personali e caratteriali, da acquisire una propria connotazione di appartenenza molto “americana”. D’altra parte siamo a Los Angeles. L’azione vi si sviluppa in modo non troppo frenetico, più ragionata che adrenalinica, per questo a volte con qualche rallentamento,  raddoppio di concetti narrativi e volontà di mostrare davvero tutto il contenuto dell’azione, mettendo decisamente al bando tutto il non detto possibile.

Circostanze dovute anche all’uso sistematico quanto essenziale del flashback che sposta continuamente il pendolo del racconto disegnando un arco di tredici anni. Passato-presente, presente-passato. L’uno rimanda all’altro e viceversa. Con attori che seguono la traccia lasciando spesso un segno positivo e non molto convenzionale. Fra i tre protagonisti impressiona comunque Julia Roberts, madre della giovane vittima: ossuta, dolente, vendicativa. Una recitazione essenziale, improntata al realismo e all’antiretorica del dolore.

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