Claudio Trionfera

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Il vortice appiccicoso, micidiale e miasmatico che avvolge una famiglia americana ne Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos (in sala dal 28 giugno, durata 121’) è frutto di una elaborata – e molto raffinata – opera di aggregazione stilistica tra la vocazione cinematografica al grottesco dell’autore e la sua esigenza di ricollegarsi al passato della propria tradizione classica. Con un risultato thrilling di forte impatto emotivo, trafitto dal brivido gelido dell’arcano più fuligginoso e sospetto perfino nei movimenti da lenta vertigine della macchina da presa.

Un cuore pulsante come annuncio di un evento funesto

L’accompagnamento solenne dello Stabat mater D383: I. Iesus Christus Schwebt am Kreuzel di Franz Schubert sulle immagini di un cuore pulsante a torace aperto è come un annuncio. Di una Passione e di un palpitare luttuoso degli eventi che colpiscono a freddo, nel pieno dello loro agiatezza borghese, il cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell), sua moglie oftalmologa Anna (Nicole Kidman, che meraviglia, è tornata allo splendore d’una volta dopo l’errore plastico di qualche anno fa) e i loro due figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic). Perché l’angelo della malattia, della vendetta e della morte, nella figura del sedicenne Martin (Barry Keoghan, in piena ascesa), enigmatico figlio di un uomo probabilmente ucciso anni prima dal chirurgo sul tavolo operatorio, plana su di loro invertendo la rotta della serenità famigliare.

Castighi, dannazioni cicliche e rituali inafferrabili

E sotto del cielo di Cincinnati, Ohio, si materializzano le sostanze della tragedia greca, con l’Ifigenia in Aulide di Euripide che dal quinto secolo prima di Cristo sposta al presente il tempo degli eventi funesti, del fato incontrastabile, della maledizioni cicliche e dei rituali inafferrabili: infiltrandosi nel nuovo film americano di Lanthimos, - che del resto è greco e torna a lavorare con Farrell dopo l’irruzione nel futuro distopico di The Lobster – con impeti sacrificali e lampi sinistri.

Il palcoscenico stregonesco e maligno di uno sterminio

Specie quando il ragazzo, che s’è installato nella famiglia con una presenza prima arrendevole poi sempre più cupa e inquietante (ha fatto innamorare di sé la tenera Kim, che in una splendida scena campestre gli cantava la Burn di Ellie Goulding), sparge nella casa il seme di un’inspiegabile misteriosa patologia paralizzante che colpisce entrambi i figli del chirurgo, con la minaccia di estenderla a sua moglie e annunciandone gli esiti mortali. Nell’ottica stregonesca e maligna di uno sterminio che l’uomo potrà evitare solo scegliendo una vittima da “sacrificare” fra i tre, uccidendola egli stesso.

Forse un thriller psicotico, forse un horror caustico. Magari un mistery fuori steccato. Grottesco e cattivo, pieno di sonorità ansiogene e rantolanti, giocato su un’immagine costantemente dinamica nel moto perpetuo del carrello in cammino nei corridoi deserti di un ospedale o nelle case (la fotografia è di  Thimios Bakatakis), costruito sugli echi allarmanti di un cinema tormentato e tormentoso capace, come fa la testa elettrica di Martin, di dettare le regole di un gioco sadico con l’abilità e la sicurezza di una regia che conosce le strade dell’ignoto più ansiogeno.

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Voto: 4/5
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