Metti, una sera a cena. Col ministro. E questo, viste le cronache correnti, fa già pensare all’intrallazzo. Poi, scavando un po’ più a fondo, il dubbio diventa certezza, spalancando le porte, anzi apparecchiando la tavola ad uno scenario di ordinaria corruzione.

Il ministro (uscita 5 maggio) di Giorgio Amato, regista all’opera terza dopo Circuito chiuso,2010 e The Stalker, 2013, si concentra interamente in una serata, per varii motivi espansa e stirata fino all’alba del giorno dopo. La organizza Franco Lucci (Gianmarco Tognazzi), imprenditore sull’orlo del fallimento con sua moglie Rita (Alessia Barela) e suo cognato e collaboratore Michele (Edoardo Pesce), assistiti dalla fiera domestica Esmeralda (Ira Fronten).

Un politico molto “viziato”

Ruoli e compiti sono chiari: l’imprenditore, cui serve come il pane (forse di più…) il via libera al cantiere che lo salverà dalla bancarotta, invita a casa sua un ministro di nome Rolando Giardi (Fortunato Cerlino), del quale sono note la corruttibilità e taluni punti deboli, tipo la propensione al sesso stravagante con signorine disponibili, la simpatia per il denaro contante e la buona disposizione verso la polvere bianca. Elementi che saranno ovviamente a sua disposizione in cambio del sospirato “ok”. La moglie Rita si limita a fare la padrona di casa, perfino con qualche soprassalto morale pur condividendo lo sprint del marito verso l’illegalità; il cognato, piuttosto spontaneo e primitivo, ha il compito di procurare la ragazza squillo che però, una volta trovata, finisce sotto una macchina prima di arrivare a destinazione. Viene sostituita, per così dire, in corsa da una giovane cinese ballerina di burlesque (Zhen, interpretata da Jun Ichikawa), in Italia per studiare teologia, scaltra, intelligente e misteriosa abbastanza da lasciar intendere la sua disponibilità a trasformarsi all’occorrenza in escort.

Quando il gioco si fa duro

Succede che la cena s’avvia, non senza qualche schermaglia tra moglie vegana e marito carnivoro sull’oggetto dei loro cibi di riferimento, sottintesi e ammiccamenti, l’occhio vorace del ministro che indugia equamente sulle forme di Zhen e sul lato B della domestica. E via così, secondo il peggior copione di (mal) costume italiano. Fin quando, a pasto consumato, i giochi diventano più espliciti e ne affiorano tutti gli elementi di evidenza contrattuale, dalle banconote alla cocaina, all’urgenza di consumare il sesso promesso e garantito. Non tutto, però, va come previsto e il finale – che è corretto lasciar scoprire allo spettatore – apre uno scenario inatteso e sconcertante.

Commedia nera e grottesca

Pochi personaggi, molta tensione. La storia, chiusa in un solo ambiente, si sviluppa in climi di commedia nera e ansiogena dove grottesco, comico e tragico si mescolano assiduamente, con buona cadenza narrativa. Attorno svolazzano marciume, cattiveria, perversione, disonestà e disperazione. A ciascuno il suo status. Formula di base teatrale, che peraltro incontra spesso fortune cinematografiche (si pensi a Carnage di Roman Polasnki o, inevitabilmente, al recente Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, però gli esempi sono parecchi) ma richiede molta vigilanza e precauzione di regia: specie sulla qualità della recitazione, sui movimenti, necessariamente limitati ma intelligenti, della macchina da presa,  perfino sui corretti cromatismi della fotografia.

Un insieme di occorrenze che Amato riesce a governare efficacemente, magari un po’ meno nell’ultima parte vagamente esasperata e sovrabbondante,  nel complesso con conveniente dose di concretezza e densità. E con il pregio di non cadere, considerando la tematica, nella banalità e nel moralismo. Se mai, la “morale” è dichiarata nei fatti, illustrati con oggettività fredda e impotente, realistica nelle connotazioni sebbene diluita in cifre di commedia deformante e nevrotica.

Gli attori? Un punto di forza

Certo, il côté è di quelli sgradevoli, le figure che si muovono attorno a quel tavolo hanno mani sporche e caratteri sinistri, ciascuna col male dentro che, oltre le intenzioni di malaffare, finisce inevitabilmente – e in qualche maniera “logicamente” – per risolversi in un funambolico, meschino jeu de massacre. Sorretto peraltro da una recitazione d’indubbio livello. Se il protagonista indiscusso resta Gianmarco Tognazzi, che nei panni dell’imprenditore sfodera probabilmente una delle sue performance migliori, gli sono al fianco con presenza forte e incisiva Alessia Barela e un destabilizzante Edoardo Pesce. Fortunato Cerlino è un ministro vischioso e in ciò pertinente,  Jun Ichikawa dà volto e fisicità all’inquietante danzatrice cinese. Meno inquietante ma capace di riservare qualche sorpresa è la domestica Ira Fronten.

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