Claudio Trionfera

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Le età di Mohammed. Dall’infanzia alla giovinezza. Nella costante di un dono vocale che meraviglia e sbigottisce. Il canto vola e si spande nell’aria magico, celeste, evocativo.

La storia di Mohammed Assaf è vera e la racconta, con qualche ulteriore guarnizione, The Idol di Hani Abu-Assad (uscita 14 aprile), regista molto premiato nel mondo, alle spalle già due nomination per la miglior opera straniera all’Oscar (Paradise Now nel 2005, anche vincitore del Golden Globe, Omar del 2013 anche premio della giuria a Cannes). Rilettura d’autore, dunque, per la vicenda che ha reso celebre questo cantante dopo il trionfo al talent show Arab Idol, versione araba di quelle forme d’intrattenimento televisivo sulla linea dei vari X Factor, The Voice, Italia’s Got Talent, Amici, fate voi, tanto per restare in un ambito conosciuto di format a diffusione planetaria.

Nascita di un fenomeno

Il teatro, che per molti versi rende eccezionale il percorso di Mohammed, è Gaza. Con i suoi steccati, i suoi muri, i suoi fili spinati. È qui che, ancora ragazzino, arrota l’ugola dalle qualità stupefacenti sui furgoni tramutati in palchi ambulanti, tavolati improvvisati, polvere, capre, strumentazioni raffazzonate, vecchie chitarre elettriche. Lui, i suoi amici, la sorellina Nour, il canto che risuona nelle notti e tra le luci palestinesi. Con una pazza idea: quella di arrivare all’Opera Hall del Cairo, conquistare la fama e, con questa, quel cachet di 15mila dollari che servirebbero a comperare un rene nuovo per Nour malata e costretta alla dialisi.

Nella terra devastata

Non ce ne sarà il tempo, purtroppo. Ed è uno dei tanti lutti che colpiranno nel corso degli anni il protagonista nella Gaza degli spari, delle bombe, delle devastazioni, della povertà. Anche se la voce non lo abbandona. Anzi. Mohammed si esibisce ai matrimoni e fa il taxista per pagarsi l’università continuando a cullare un sogno: quello di riscattare col canto il suo popolo facendogli dimenticare ogni dolore. Così lo ritroviamo nella sua terra devastata del 2012, ormai maturo ma non abbastanza da essere troppo “realistico” o deporre la speranza di cambiare il suo destino e quello della sua gente: tanto da accendersi come fiamma improvvisa quando sa dalla televisione che al Cairo si stanno svolgendo i provini per Arab Idol, lo show più importante di tutto il mondo arabo.

In fuga verso l’Egitto

Riesce allora nell’impresa assurda di scappare da Gaza e raggiungere la capitale d’Egitto. Dove arriva tardi alle audizioni ma, aiutato da circostanze finalmente fortunate, ottiene di farsi ascoltare conquistando la platea e arrivando, passo dopo passo, puntata dopo puntata, al trionfo. Rilanciando, anche simbolicamente, un segnale insieme di pace, di redenzione, di affermazione della volontà, di orgoglio d’appartenenza. E insegnando che l’arte funziona meglio delle armi.

Misura e sentimento

Mohammed Assaf è oggi una star. Viaggia in tutto il mondo ma ha bisogno di un permesso speciale per entrare e uscire da Gaza. La sua storia e la sua vittoria hanno commosso molti popoli. Ed emotivamente riescono a coinvolgere anche al cinema. Perché il film, girato con mano felice e molto pragmatismo a ribadire il talento di un cineasta come Abu-Assad, riesce a fare spettacolo e a stabilire molto feeling con lo spettatore elaborando la vicenda con una certa energia sentimentale, evitando di romanzare troppo o, peggio, di fare melodramma; e, soprattutto, pure esprimendo con una certa trasparenza le sue posizioni sulla Striscia, proponendo un cinema non gridato, estraneo a qualsiasi tentazione miserabilistica, militante o querimoniosa. Insomma il regista trova una grande misura per raccontare il contrasto tra la dolcezza del canto e la desolazione dei calcinacci, dei muri sforacchiati dai proiettili tra gli scheletri di cemento armato, le rovine, i disastri, le barriere, la morte.

Poesia scarna e severa

Siamo circondati dall’orrore ma tu hai una voce bellissima”, dicono a Mohammed. E ancora: “Non permettere a nessuno di sminuire i tuoi sogni, a volte ci restano solo quelli”. Messaggi nella bottiglia. Il film, che sarebbe uno sbaglio grossolano accostare al fortunato The Millionaire di Danny Boyle, li recepisce e li mette in scena con modi di poesia scarna e severa, in stabile contrasto tra la realtà rigida e inclemente e la mitezza indulgente di un giovane artista che vuole esprimersi al fuori di ogni canone violento. Ascoltando la voce del cuore e mai sentendosi un “guerriero”, avvertendo anzi, proprio al culmine della sua progressione verso il successo, il peso di una responsabilità più grande di lui.

Il mondo – confessa in piena crisi di panico – si aspetta dalla mia voce più di quanto possa dare”. Dubbi, momenti, passaggi, interrogativi che l’ultima performance nello show rimuove e cancella nella trance canora che precede l’apoteosi. Da vivere con indubbia partecipazione grazie anche alla recitazione di Tawfeek Barhom nella parte del cantante e alla sua precisa misura espressiva. Da non dimenticare, nella prima parte del racconto affollata di ragazzini, l’incredibile intensità della piccola Hiba Attalah che dà il volto fiero e sofferente a Noura, la sorellina di Mohammed.

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