Claudio Trionfera

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Aiuto, siamo in presenza dell’ultracinema. Icaros: A Vision (in sala dal 12 aprile, durata 91’) diventa, insieme, film, documento, viaggio sospeso tra la vita e la morte. E testamento di un’intrepida cineasta argentina quale era Leonor Caraballo (1971-2015) che col co-regista italiano Matteo Norzi e il produttore Abou Farman assistente universitario di antropologia, suggerisce l’esistenza di un altrove cinematografico dall’impronta emozionante, coinvolgente, evocativa, allusiva, non di rado magica.

La fitoterapia del maestro di universale rinomanza

È il messaggio da un altro mondo. Quello dell’Amazzonia, stesso perimetro geografico del folle Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982). Vi giunge la giovane americana Angelina (Ana Cecilia Stieglitz), cui una nefasta diagnosi di malattia non lascia scampo, in cerca di un miracolo peruviano da consumarsi attraverso la medicina della tradizione sciamànica. Punto d’arrivo l’Anaconda Cosmica, factory fitoterapeutica del maestro sciamano Guillermo Arévalo Valera – di universale rinomanza per la sua attività curativa con le piante e il rapporto col mondo vegetale -  che nel film recita se stesso, affiancato da attori non professionisti.

L’attrice medium perfetta di una cineasta che non c’è più

Là Angelina, medium della regista che quell’esperienza ha vissuto e voluto rigenerare nel suo film senza riuscire, purtroppo, a vederlo proiettato, trova il conforto di una (ir)realtà carica di energia e di elettricità visionaria, dove i pazienti sono chiamati passeggeri (c’è anche Filippo Timi che colà vuol risolvere, lacerandosi corpo e mente, la sua proverbiale balbuzie) e la pianta allucinogena Ayahuasca (che s’afferma non combinabile con medicine chimiche “perché gelosa della propria identità”) conduce nei territori della diversa conoscenza. Tra cantilene sciamàniche, visioni e brandelli di memoria, introspezioni trapassanti e proiezioni future, occhi luminosi nella tenebra notturna, pietre di fosforescenza cromatica pulsanti nella foresta.

Il suono degli animali, la saggezza musicale e silvestre

L’incubo magnetico di una mammografia impietosa affiora ritmicamente nella protagonista col suo battito sordo e gelato. E forse l’estratto di quella pianta ammaliatrice non ha il potere di curare il male fisico ma di certo riesce a guarire – come ad Angelina insegna il giovane sciamàno Arturo (Arturo Izquierdo) minacciato da un'incipiente cecità - da un’altra malattia, insidiosa e strisciante, quella della paura chiamata Susto combinandosi con gli Icaros, le canzoni-cantilena che derivano dal suono degli animali e della saggezza silenziosa ma musicale della selva: dove ascolti le piante che ti chiamano e ti mostrano i mondi di oggi e quelli di domani; e vi si raccontano storie di antichi sciamàni volanti in contatto con i signori del regno acquatico.

Passare dal sogno alla realtà senza uscire dal sogno

Mon dieu, questo è incantesimo cinematografico. Che mostra come con l’Ayahuasca si possa passare dal sogno alla realtà senza uscire dal sogno; e ascoltare le piante che nella notte silvestre risuonano dentro ognuno, nei ricordi di ciò che si è ascoltato nel corso della vita. Leonor Caraballo disse, durante il suo viaggio, di aver assistito alla propria morte nella dimensione “cosmica” dell’Anaconda. E questa visione fantàsmica, passando per i delirii labirintici e le splendide intuizioni estetiche del film tracimanti  in impressionismo psichedelico di derivazione underground, testimonia il raggiungimento dell’equilibrio interiore.

L’agonia e la deriva di una foresta gemente

Chissà perché, vedendo questo film viene di pensare a un altro e pur diversissimo testamento cinematografico come Nick’s Movie – Lampi sull’acqua di Wim Wenders (1980), girato al capezzale di Nicholas Ray, dove il regista di Gioventù bruciata volle che si filmassero i suoi ultimi giorni di vita. Opera sconvolgente e toccante era quella. Al pari di questo Icaros che associa, in un tracciato parabolico, la pre-morte della sua splendida autrice all’agonica deriva dell’Amazzonia intera, devastata dal fuoco e dalle tribolazioni inferte dall’uomo. E il suono della natura mormorante coincide con una sconsolata implorazione ecologistica.

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Voto: 4/5
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