Mr. e Mrs. Hitchcock: Gervasi porta al cinema i retroscena del maestro del brivido

Con Anthony Hopkins e Helen Mirren, un film per raccontare la quotidianità di un genio che amava raccontare barzellette e far battute. Intervista al regista

Anthony Hopkins e Helen Mirren in 'Hitchcock' (Credits: 20th Century Fox)

Claudia Catalli

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Si può raccontare la figura leggendaria di Alfred Hitchcock con una commedia ironica, pungente e con un tocco di insano romanticismo? "Certo che si può, anzi, si deve", risponde pronto il documentarista Sacha Gervasi, che con il suo Hitchcock, impressionante opera prima di fiction, apre in grande stile il Noir Film Festival di Courmayeur (il film arriverà nelle nostre sale solo a febbraio). "Si deve per rispetto verso un genio che tutto era fuorché serioso: Hitchcock era uno che faceva scherzi, battute e raccontava barzellette a ripetizione", puntualizza divertito.

Il suo film non è tanto un fedele biopic, quanto una rilettura divertente e divertita del rapporto simbiotico e conflittuale tra il maestro del brivido e sua moglie Alma. Interpretati uno da Anthony Hopkins - la cui performance e somiglianza con l’originale sono sorprendenti - l'altra da Helen Mirren (ma nel cast spiccano anche le ‘bionde’ Scarlett Johansson e Jessica Biel), li vediamo cimentarsi in una giostra di duelli dialettici, sospetti, recriminazioni, sguardi amorosi, e intanto impegnati a realizzare il film su cui nessuno puntava e che alla fine si rivelò un capolavoro: Psycho. Che porta la firma di Hitchcock, ma dovrebbe portare quella di entrambi, perché dietro a un genio c’è sempre – e il film lo dimostra – una donna ancora più geniale.

Ha lavorato a Hollywood con Spielberg come sceneggiatore, è finito a dirigere un film su Hitchcock: com’è andata?
Nella mia vita ho fatto diverse cose finora, dal musicista al giornalista, passando per i documentari. Stavolta è successo che un produttore hollywoodiano rimasto colpito da un mio documentario ha scelto di rischiare e puntare su di me. E dire che ne hanno visti 27 di registi, forse li ho contagiati con il mio entusiasmo e la passione con cui ho detto chiaro e tondo: "Voglio raccontare un artista che sente di essere irrilevante e avverte il bisogno di dire a se stesso prima che agli altri che è ancora un grande cineasta, quindi a 60 anni rischia tutti i suoi soldi per un piccolo film". Mi ispirava questo della storia, il fatto che in un colpo solo Hitchcock si fosse assunto un rischio economico e di reputazione altissimo.

Eppure nel film la figura del maestro del giallo è forte quanto quella di sua moglie Alma...
Mi affascinava affrontare la storia mai raccontata di una coppia formata da un genio sul piedistallo e da una moglie tostissima che era anche la sua collaboratrice di punta. E questo aumentava la sua grandezza: tutti i più grandi cineasti sanno che il cinema è un’arte di collaborazione, puoi essere un grande autore ma senza validi collaboratori non vai lontano.

Com'è dirigere due titani come Anthony Hopkins e Helen Mirren?
Con Anthony ci siamo conosciuti a pranzo in un ristorante italiano a Beverly Hills. Tra un bicchiere di Chianti e l’altro, mi ha detto: "Ho visto tre volte il tuo ultimo documentario: ora vuoi raccontare questa storia? Ok, sei pazzo, ma facciamolo". C’è voluto un po’ per avere anche Helen, ma quando poi ci siamo ritrovati davanti a un tè tutti e tre, con i copioni in mano, finito di bere mi hanno detto: "Bene, e ora che si fa?". Lì ho capito che dovevo dirigerli. In realtà alla quinta lettura già erano perfettamente in parte. Quando hai due mostri sacri di questo calibro, il meglio che puoi fare è lasciarli liberi di fare il loro mestiere.

Ci racconti un aneddoto sul set.
Ogni tanto timidamente provavo a dare suggerimenti. Finché una volta Helen doveva fare una scena complicata, le ho chiesto di rifarla dandole un paio di indicazioni. Lei l’ha rifatta, è stata soddisfatta, si è girata verso Hopkins e ha detto: "Ehi Tony, credo che andrà tutto bene". Improvvisamente eravamo diventati un'equipe.

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