Addio a Giulio Andreotti, il Divo raccontato al cinema

Se abbiamo ancora negli occhi la rappresentazione di uomo freddo e imperscrutabile che ne diede Toni Servillo, è indimenticabile il suo dialogo con Alberto Sordi ne Il tassinaro

Toni Servillo interpreta Giulio Andreotti ne "Il Divo" (Mondadori Portfolio/The Kobal Collection)

Simona Santoni

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È senz'altro la figura imperscrutabile regalataci dal superbo Toni Servillo, ingobbito e invecchiato per l'occasione, quella che più ci è rimasta negli occhi, del Giulio Andreotti rappresentato al cinema. Un uomo freddo e apparentemente distaccato e privo di coinvolgimenti emotivi, ma avvinto da terribili emicranie, che passa attraverso morti sospette e processi per collusione con la mafia, uscendone sempre assolto.

Oggi che l'ex senatore a vita è morto all'età di 94 anni, i cinefili non possono non richiamare alla memoria Il Divo (2008) di Paolo Sorrentino, dove il politico per decenni simbolo del potere si muoveva con ritmi lenti, quasi immobile, silenzioso, mentre intanto attorno a lui tutto si muoveva e accadeva, seguendo una trama di verità nascoste.

"Fosse per me, avrei preferito che un film me lo facessero da morto", aveva detto l'"Indecifrabile", con la sua solita facondia fulminante, quando gli venne chiesto un commento al film che poi a Cannes vinse il Premio della giuria.

Anche l'animazione aveva trovato nel più emblematico volto della Democrazia Cristiana il suo "divo", nel celebre cartone animato italiano Giulio Andreotti (2000) firmato da Mario Verger e trasmesso più volte dalla RAI, realizzato come videoclip per la canzone omonima di Francesco Baccini.

Da vera star, Andreotti non poteva che esser stato lui stesso quasi attore, interprete di se stesso. È impossibile non ricordarlo ne Il tassinaro, dove Alberto Sordi è il tassista romano che lo trasporta e con cui chiacchiera, ponendo il problema dell'occupazione tra i giovani, in un dialogo che sembra quasi un'intervista: il tre volte presidente del Consiglio, con il suo solito cinismo, come soluzione per i laureati disoccupati suggeriva le università a numero chiuso.

Il rapporto di Andreotti con il cinema è stato in realtà controverso, visto che nel suo ruolo di sottosegretario alla presidenza del consiglio, con l'incarico di provvedere e sovrintendere ai settori dello spettacolo e dello sport, da bravo cattolico e portavoce degli interessi del Vaticano è stato più volte censore. Per questo suo "zelo" pare però che si sia pentito a posteriori. Analizza proprio la sua relazione con la settimana arte, di cui fu grande appassionato, il documentario sulla censura di Tatti Sanguineti, ancora non uscito in dvd. La tesi dell'autore è che "Andreotti non è stato solo l'uomo dei 'panni sporchi che si lavano in casa', ma incarnò, fondò, avviò la ricostruzione dell'industria cinematografica italiana nel dopoguerra".

"A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto", è una della caustiche battute di Andreotti.

Non è un caso che nel film Il padrino - Parte III di Francis Ford Coppola, al potente politico italiano Licio Lucchesi (interpretato da Enzo Robutti) venga pronunciata all'orecchio la celebre frase "Il potere logora chi non ce l'ha". Ad Andreotti si ispirava quella figura, mente manovratrice di Cosa Nostra e degli affari economici del Vaticano.

Come l'inimatibile principe Antonio Curtis, in arte Totò, fece dire alla moglie nella commedia satirica Gli onorevoli di Sergio Corbucci (1963): "Non c'è rosa senza spine, non c'è governo senza Andreotti".

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