Gian Luigi Rondi
Cinema

Gian Luigi Rondi, adieu mon capitaine…

La memoria dell’allievo, di un’esperienza comune “sul campo” e di un’amicizia durata decenni tra insegnamenti di critica cinematografica e di vita

È bello avere dei maestri, nella vita. Una cosa antica, legata all’arte, ai comportamenti, all’educazione. Importante riflettere sul concetto oggi che di maestri – così dicono – nessuno sente il bisogno nel corrente delirio di presunzione.

È un privilegio averne avuto uno, di maestro. Come Gian Luigi Rondi, che mi ha orientato ad una conoscenza del cinema diversa rispetto a quella che, naturalmente e per passione, avevo avuto in precedenza. Una conoscenza critica. Meglio, un contatto più consapevole e strutturato all’arte del film. La cosa è durata 25 anni, dai primi Settanta alla metà dei Novanta. Ed è proseguita anche dopo, al di fuori delle frequenza di lavoro sul quotidiano. L’ho affiancato nella rubrica e durante i festival sul giornale, Il Tempo, nel quale abbiamo lavorato respirandone appieno l'âge d'or con la direzione di Gianni Letta, durante l’epopea di miglior diffusione – per precisa scelta editoriale - della cultura cinematografica attraverso quelle pagine di spettacoli: che tanti colleghi di altri giornali definivano le miglior d’Italia. Perché anche in quel periodo nessuno osava dedicare paginate intere ad un’intervista ad Akira Kurosawa o a Louis Malle o magari ospitare le corrispondenze critiche da Mosca, Berlino, Parigi e New York. Oltre, naturalmente, l’amore per il cinema italiano e per tutti i suoi grandi di allora.

Il ritmo e l’armonia

Questo, s’è costruito. Gian Luigi mi ha insegnato a rispettare il cinema e i suoi autori. A recensire i film valutando i loro diversi segmenti, a leggere quel che, nel loro interno, c’è di pittura, di letteratura, di filosofia, di politica, di psicologia, di storia, di qualità nella recitazione. A capire che il ritmo di un racconto può essere lentissimo esprimendo concetti sintetici quindi rapidi. E viceversa. E che, dunque, le virtù sono negli equilibri, che egli definiva “meditati”, non nella loro apparenza.

Inoltre la vita. Non solo il cinema. Di nemici ne aveva abbastanza ma riusciva a non litigare con loro. Gli equilibri meditati andavano tenuti anche con le persone, con le istituzioni, nei rapporti in genere. La sua, quando è stato direttore o presidente di festival – ma in genere in tutte le relazioni che intratteneva – è stata sempre una gestione molto saggia delle cose, mai perdendo di vista le più importanti, col risultato di riuscire a vedere sempre “oltre”. Gli devo molto e lo ricordo con quell’affetto che, reciprocamente, abbiamo provato, anche nei modi coi quali ad un certo punto mi ha chiamato “figlio” ritenendo di aver lasciato una qualche forma di eredità intellettuale. Della quale, pure immeritatamente acquisendone le sostanze, conservo il pregio e l’orgoglio: pari alla tristezza dell’oggi.

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