Educazione Siberiana, Gabriele Salvatores: 'Un film di prime volte'

Così il regista di Mediterraneo: "Non capita spesso di lavorare con 105 persone di troupe mista italo-lituana"

Gabriele Salvatores con i protagonisti di "Educazione Siberiana" (Credits: Noir Fest 2012)

Claudia Catalli

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Lavorare a meno trenta gradi, con la macchina da presa che si congela, e cast e troupe insieme a lei, dev'essere un’impresa. Lo è, a maggior ragione, se il film in questione è Educazione siberiana , dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin (edito Einaudi), noir crudo e violento tutt’altro che facile da adattare sullo schermo. Tant’è che il regista, Gabriele Salvatores, ospite del Noir Fest 2012 di Courmayeur, lo definisce: "Un film di prime volte".

"Mi ha insegnato diverse cose, intanto non ero solito girare con tre macchine da presa e 1300 inquadrature anziché 700, insomma è stato un modo di riprendere ben diverso da quello a cui ero abituato – racconta il regista –. Poi non è facile gestire qualcosa come 105 persone di troupe mista tra italiani e lituani".

"Per certi versi non è un film italiano, non ha attori italiani e neanche la storia è italiana, tanto meno la lingua in cui è girato. Però la troupe è italiana, il che dimostra che siamo capaci di fare cose che magari non facciamo nel nostro Paese per colpa non tanto di chi il cinema lo fa, ma di chi produce. Che spesso ha molta più paura rispetto a chi effettivamente realizza il film".

La pellicola, che dopo l’anticipazione al Noir Fest potrebbe volare dritta al festival di Berlino, racconta "la storia di due amici (Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius) mentre il vecchio mondo sta crollando e di un uomo (John Malkovich) che assiste a questo crollo e sopravvive" .

C’è di base l’esperienza di vita dell’autore del libro Lilin, che ha rifiutato ben otto proposte cinematografiche prima di accettare questa: "C’erano anche registi hollywoodiani famosi, però nessuno era così profondamente convinto, sincero e umano come Salvatores. Mi ha colpito perché ha colto dalla lettura il nucleo e il senso della mia storia. Non è libro sulla criminalità, né un giallo, anche se le circostanze sono piene di risse, situazioni criminali, ma il centro del racconto è l’elemento umano. Hollywood avrebbe ridotto tutto a uno show, Gabriele ha fatto il contrario e ha raccontato esperienze umane. È un genio nel mostrare sentimenti senza usare le parole, come facevano Cechov e Tolstoj. Noi siamo un popolo cattivo, ma nella letteratura e nel balletto siamo imbattibili. Si vede che Salvatores è un russo, in fondo: nelle sue scene a volte mute comunica sentimenti che neanche decine di pagine di dialoghi e azioni renderebbero".

Concordano i due giovani e talentuosi protagonisti (costretti a sfidare i -30 gradi vestiti con semplici giacche di pelle): "Quando qualcosa non gli piaceva, Salvatores ci indicava lo stomaco e diceva: 'Fallo partire da dentro'. Per interpretare questa storia di amicizia dovevamo sentire, arrivarci con l’interiorità, non da tecniche esteriori". A Fedaravicius fa eco il collega, e ormai amico (dopo non poche schermaglie iniziali per "divergenze caratteriali"), Tumalavicius: "Più che darci indicazioni particolari, ci faceva fare tre ciak diversi su tre, ogni volta in modo completamente differente. E il suo consiglio ricorrente era: 'Prova a capire il motivo per cui il tuo personaggio fa quello che fa'".

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