Claudio Trionfera

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Pare fantascienza, d’emblée. Di quella apocalittica. Con una tempesta solare che così s’era mai vista, da allarme generale e da vigilia di fine del mondo. Silenziosa, trasparente, invisibile come tutte le tempeste solari. Disastro? No. La voce narrante che l’annuncia è pacata, confabulante, tranquillizzante; e forse lascia immaginare altro, che forse la tempesta sarà simbolica, al massimo qualche black-out o qualche disturbo elettromagnetico. E che nessuno morirà. Anzi.

Nella neve, di notte, incomincia Fräulein – Una fiaba d’inverno (uscita 26 maggio), opera prima di Caterina Carone, trentaquattrenne marchigiana fino a ieri documentarista e scrittrice, da oggi autrice a pieno titolo di un cinema maggiore, sorprendentemente attrezzato e compiuto, stilisticamente definito. Paesaggio nevoso, di confine, metà italiano, metà tedesco, un po’ Alto Adige un po’ Südtirol, dove vive in solitudine una donna non più giovane, ombrosa e aspra di nome Regina (Lucia Mascino) che la gente di là chiama appunto Fräulein, zitella.

Un albergo chiuso da anni è la sua casa, intorno montagne, prati e neve, due amiche con le quali gioca a carte il sabato sera, la candida gallina Marilyn sua vera inseparabile compagna, il corso di meditazione che ascolta incessantemente in cuffia con l’invito, del tutto inascoltato, ad abbandonarsi ai desideri e seguire la voce del proprio corpo.

Un incontro-scontro

In questa dimensione rassegnata e polverosa càpita un giorno, non per caso, un maturo signore dall’apparenza eccentrica e svagata, spinto dal ricordo di un soggiorno lontano in quell’hotel adesso in disuso. Si chiama Walter Bonelli, è Christian De Sica.

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Al primo contatto Regina gli sbatte praticamente la porta in faccia. Incontro  tempestoso, nonostante l’indole remissiva e paciosa di lui, irriducibile soltanto nella volontà di dimorare nell’albergo: a costo di rischiare l’assideramento davanti all’uscio pur di farsi accettare. Ci riesce, vincendo l’attrito della bisbetica, selvatica Fräulein che neppure le costanti, cortesi e sorridenti attenzioni di Walter riescono a domare.

Quando spunta la femminilità

Insomma: il Bonelli diventa ospite indesiderato dell’hotel. E come tale la padrona di casa all’inizio lo tratta. Dopo, invece e impercettibilmente, qualcosa cambia. Vuoi per gli effetti della tempesta solare, vuoi per l’irresistibile e pur malinconica accessibilità di lui, i due si avvicinano l’uno all’altra, lentamente, con attenzioni circospette, specialmente lei, cui tanto problematico – e fors’anche penoso -  resta il carico di smettere quella sua maschera di austera ed espiante intransigenza e illuminarsi di ignota femminilità. Così, sulla scia di una sedimentata confidenza, in balìa delle onde solari e di eventi straordinari come un’aurora boreale sconosciuta e irrealizzabile in quell’emisfero, Walter e Regina si sciolgono come le nevi del paesaggio a primavera, aprendosi ad una nuova fase delle loro vite.

Favola moderna, mai banale

Chissà, forse un giorno si ameranno. Forse la loro è un’amicizia speciale, di quelle “impossibili” fra una donna e un uomo. La storia lascia le porte aperte ma, per fortuna, non scivola sulla banalità della passione sbocciante dall’ostilità, dall’antagonismo o dalla baruffa secondo i precetti e i precotti della commedia sentimentale. Caterina Carone segue invece  pista radiosa e diamantata della favola moderna, fasciata sì dalla commedia - di toni dolci, garbati e sommessi – ma sempre vigile nel non corrompere o scombinare con un realismo invasivo, o peggio con sdolcinature svenevoli, la traccia di un racconto stabilizzato sui mezzi toni, sulla sobrietà, sull’eleganza, sui sentimenti delicati. Con una discrezione che, nelle proporzioni dovute, rimanda ad una estetica di leggerezza quasi chapliniana.

Suggestione, humour ed emozioni

La gentilezza del tocco. Si sente la mano femminile. Vellutata e sottile. Che schiva i passaggi ruvidi e avanza nei caratteri dei personaggi, anche in quelli di contorno, non solo con curiosità e applicazione psicologica ma anche con rispetto, premura e cautela. Sempre in quei climi favolistici che si aprono alla suggestione, al magnetismo evocativo, alla sospensione misteriosa: senza che, con questo, vengano meno le dinamiche narrative necessarie a tenere desta l’attenzione, ad accendere lo humour e a sollecitare le emozioni. O, addirittura, ad aprirsi improvvisamente a parentesi surreali e grottesche, mai spiazzanti o fuori steccato perché contestualizzate nell’imprevedibilità fantasiosa dei codici fiabeschi, scritti anche per un cinema diverso.

Film romantico e magico. Con le sue turbolenze di magnetosfera, le aurore boreali, lo sfiorarsi di cuori perduti e la poetica di un intreccio affettivo che non manca mai di ricavarsi gli spazi per una soffice ma densa tensione affettiva e complice, che non conosce il concetto di separazione ma, al contrario, tende costantemente a quello di aggregazione e di istanze liberatorie.

Nei paraggi di papà Vittorio

Gli attori, in un contesto tanto avvincente e charmant, hanno una funzione risolutiva. Se una tempesta solare così mai s’era vista, un Christian De Sica così è,  in ugual modo, straordinariamente inedito. In un cambio di passo che si apre all’ulteriore evoluzione di un attore che nella recitazione di Walter Bonelli va oltre la parte, modificando – senza snaturarsi – la sua vocazione al cromatismo più accentuato ed espressivo, tra esuberanza e riflessione.  Qua con una intensità di timbro e una condensazione introspettiva che spesso lo accumunano alla grandezza di papà Vittorio, pure conservandogli una personalissima dimensione artistica. Accanto a lui la fräulein Lucia Mascino, interpretazione intima e calda,  illuminante e profonda della “zitella” che diventa Regina, come si dice, di nome e di fatto. A compimento di un percorso magico che attraversa tutta la storia.

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