Claudio Trionfera

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Dieci film, da John Carpenter a Rob Zombie. Nell’arco di una trentina d’anni e di una saga che, forse, non è ancora defunta. En attendant il futuro, ci sarebbe un modo un po’ folle per celebrare Halloween, quello di consumare nelle ventiquattr’ore tutti e dieci i film, con una maratona tra Dvd e piattaforme (ovviamente legali) dalle quali rivitalizzare quelle immagini che hanno fatto storia nel cinema horror. Non tutte, per la verità, come vedremo, considerata la qualità non sempre esemplare dei sequel (e qualche volta prequel e reboot) della serie, ma nel complesso l’esperienza potrebbe essere divertente. E perfino eroica.

Due capolavori in uno

Al di là di certi esercizi estremi vale comunque la pena – considerata la circostanza che tiene d’occhio il calendario - di ripassare questi dieci capitoli partendo ovviamente dal primo, mitico Halloween – La notte delle streghe del 1978, uno degli archetipi slasher, generato da Carpenter (qui al suo terzo film dopo Dark Star del ’74 e Distretto 13 del ’76) che da adesso entra nell’olimpo dei maestri di genere. Due capolavori in uno: quello cinematografico, naturalmente, con la consacrazione delle sue figure simbolo dal dottor Samuel Loomis interpretato dal compianto Donald Pleasance al “mostro” immortale Michael Myers dalla maschera bianca e le vuote occhiaie, incarnazione del Male che si annida nell’uomo e delle profondità più nere e senz’anima. È il trionfo del non visto, del non detto, dello strisciare silenzioso della paura, del brivido trafittivo, del mistero che avvolge la figura dell’assassino e il suo essere disumano e sovrumano allo stesso tempo. Il resto lo fanno le musiche, composte dal regista, o scelte in maniera geniale come la Don't Fear the Reaper del gruppo rock americano Blue Öyster Cult.

L’altro capolavoro, sotto un certo punto di vista non meno importante, è produttivo: il film viene realizzato con una manciata di dollari, circa 300 mila, in una ventina di giorni, produzione indipendente “povera” dove perfino la celebra maschera di Myers è il restyling di quella di William Shatner nella parte del Capitano James Tiberius Kirk di Star Trek. Insomma roba artigianale da record, che il boxoffice trasforma miracolosamente in un incasso da una cinquantina di milioni.

Tra sospensioni e delusioni

Quasi tutto ciò che arriva “dopo”, purtroppo, è inferiore all’originale. A cominciare da Halloween II: Il Signore della morte di Rick Rosenthal (1981), l’unico firmato ancora da Carpenter in veste di sceneggiatore (insieme con Debra Hill e produttori entrambi), che riprende all’inizio il finale del film precedente, adombra la morte di Myers ma la “sospende” perché il corpo scompare, vive su atmosfere ospedaliere plumbee e soffocanti, riserva qualche soprassalto ma nel complesso non possiede il facino ansiogeno dell’originale. Senz’altro peggiore il destino di Halloween III: Il Signore della Notte firmato un anno dopo da Tommy Lee Wallace e ancora con il duo Carpenter-Hill solo in produzione. Un oggetto misterioso all’interno della saga, dalla quale si svincola totalmente (di Myers non c’e traccia) cercando strade diverse con impeto accettabile ma risultati mollicci e deludenti abbastanza da far arrabbiare i fan. Perfino oltre demeriti del film.

Il ritorno dell’assassino

Un insuccesso che sembra fermare tutta la macchina. E difatti. Bisogna aspettare il 1988 per assistere alla riesumazione della saga e dei suoi personaggi cult con Halloween IV: Il ritorno di Michael Myers di Dwight H. Little, che oltre la figura dell’assassino - risvegliatosi dal coma – rilancia anche quella del Dottor Loomis, a sua volta scampato alla distruzione dell’ospedale. La sceneggiatura, però, è piuttosto rattoppata e il personaggio di Michael, a forza di passare di mano in mano, ha incominciato a perdere buona parte della sua suggestione spettrale. Se questo quarto capitolo, ad essere clementi, si può anche apprezzare nell’intenzione (e nel risultato) commerciale, il quinto, Halloween V: La vendetta di Michael Myers (1989), diventa il meno visto della serie. La regia è dello svizzero Dominique Othenin-Girard, cineasta di cospicua ma non eccelsa filmografia, i climi sono violenti ma non inducono la distribuzione a diffondere il film oltre il mercato americano. Il film, inedito nelle sale italiane, è stato poi proposto doppiato sulla piattaforma a pagamento di Infinity.

Celebrazione e tramonto

Halloween VI: La maledizione di Michael Myers di Joe Chappelle (1995) è dedicato alla memoria del grande Donald Pleasence, scomparso alla fine delle riprese. Opera sfortunata, travagliatissima a livello di scrittura e di produzione e segnata dalla ferocia di Myers che uccide la nipote Jamie, s’impasta in una traccia confusa e contradditoria, tra rituali druidi e intrecci familiari improbabili. Segnali negativi, insomma, per una serie oramai ansimante e di urgenti restauri: un’esigenza che la Dimension Films raccoglie e intepreta nel migliore dei modi con Halloween: 20 anni dopo (1998) di Steve Miner, versione, per così dire, celebrativa firmata da un regista capace di vincere – come ha fatto con i seguiti di Venerdì 13 – la sfida dei sequel. Qua con l’ausilio di un cast importante e di una possente macchina promozionale riporta in auge la saga, riscattandene qualche precedente ruzzolone e riallaciandosi con intelligenza, anche a livello stilistico, ai due primi capitoli. Rinascita? No, perché il successivo Halloween: La resurrezione (2002) di Rick Rosenthal, già autore del secondo episodio, riporta la serie nella mediocrità, decretandone un inarrestabile tramonto.

Due remake corrosivi 

Ci vuole Rob Zombie, cantante-attore-regista, stratega e stregone del terrore, con la sua ispirazione pazzoide ed elettrica, il suo gusto horror sfrenato  e distorsivo, per strapazzare di nuovo la saga con due remake, Halloween: The Beginning nel 2007 e Halloween II nel 2009. Più che remake, anzi, omaggi e riletture personalissimi attorno ai passaggi più significativi dei film precedenti (anche a livello musicale: rispolverato perfino il pezzo dei Blue Öyster Cult). Il primo film, forse, con una dimensione più compiuta e “carpenteriana”. Il secondo inerpicato su sentieri minacciosi e deliranti, corrosivi e tossici, d’una spietatezza iperrealista e inarrestabile. Maltrattato ma, forse, da rivalutare. Ed è davvero finita qua?

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