Potrebbe essere un giallo. E una commedia. Insomma una commedia gialla. Meglio, ancora, un genere misto e abbastanza indecifrabile che mette insieme paesaggi da cartolina, sposi promessi, killer spietati, tranche di fotoromanzo, paternità incerte e qualche sbrindello di sesso. Tutto in My Father Jack di Tonino Zangardi, eclettico e cineasta romano poco meno che sessantenne e autore fino ad oggi di alcuni film variamente memorabili (da ricordare soprattutto il suo ottimo esordio nel ‘92 con Allullo Drom e Sandrine nella pioggia del 2012) oltre libri e sceneggiature.

Una mina vagante

Il film di oggi, che è un po’ la fotografia di questa personalità interessante, racconta di due giovani, Matteo (Matteo Branciamore) e Clara (Claudia Vismara), che – tra un amplesso e l’altro nei momenti liberi - si devono guadagnare il matrimonio lungo una strada disseminata di trappole e repentagli d’ogni genere, primo fra tutti il padre presunto di lui, Jack del titolo (Francesco Pannofino) e mina vagante per tutto il racconto. Matteo fa l’avvocato e lavora nello studio del papà di Clara, legale celebre e ricco, di nome Pontecorvo (Ray Lovelock) che affida al futuro genero la delicatissima difesa d’un mafioso pentito chiamato Intino (Adolfo Margiotta): attorno al quale, come si può presumere, ronzano come mosche altri mafiosi d’interessi contrapposti facendo sibilare, di conseguenza,  molte pallottole.

L’apparenza inganna

Così, mentre la madre di Clara, Ada Pontecorvo (Eleonora Giorgi) s’adopera assiduamente ed essenzialmente per infiocchettare il matrimonio da favola della figlia, il coccolatissimo Matteo s’appresta a ricevere non solo le confessioni  pericolose e bollenti del mafioso ma anche la notizia che suo padre, mai conosciuto e da sempre cercato, è stato finalmente ritrovato.  Jack, appunto. Il quale entra nella vita del figlio con l’irruenza di un bulldozer, rumoroso, invadente, incontrollabile, per giunta con una compagna, Deborah (Elisabetta Gregoraci), scarsamente digeribile e non all'apice dell'intelligenza. Non tutto, però, è come sembra e fila liscio. Qualche sorpresa, non sempre piacevole, Jack la riserva, come la strana amicizia con Brasi, killer corpulento, implacabile e disumano (Antonino Iuorio) capace, alla fine, di scombinare i piani di ciascuno.

Il lago c’è, il ramo no

I promessi sposi secondo Zangardi. Con aggiornamenti e libere speculazioni. Il lago c’è, il leggiadro Iseo che domina la scena con inquadrature e colori quasi di cartolina e che, a momenti, pare perfino echeggiare la celebre ouverture manzoniana pur senza il mitico ramo; c’è pure la Lombardia; e i personaggi e le loro traversie, in un modo o nell’altro, rispondono a certe dinamiche da romanzo storico. Il gioco iniziale fermiamolo qui, comunque. Perché il cospicuo avanzo di film brulica di soluzioni e figure singolari, con le quali si riproducono, in modo più o meno controllato e a finestre sequenziali,  altre soluzioni, altre figure. Rafforzando ad ogni passo la convinzione che Zangardi sia in grado di rendere con qualche credibilità il senso di un personalissimo B-movie made in Italy, artigianale e bislacco, tanto grottesco nello squadernare senza pudore stereotipi di genere quanto imperterrito nel gestirne, con intraprendente irriverenza, la rappresentazione.

L’impiego “altro” degli attori

Non sempre, è ovvio, il congegno funziona perfettamente, essendo peraltro e per sua stessa natura imperfetto. Prestandosi tuttavia, nella sua singolarità, a qualche attenzione che, al di là della storia in sé, va riferita a certe particolari intuizioni e pratiche d’uso . Per esempio quella relativa all’impiego degli attori, non di rado utilizzati in modo altro rispetto ai loro standard e modi di recitazione. Come il Pannofino “drammatico” e intemperante nella parte di Jack; il Branciamore in quella di Matteo, incapace di non indossare cravatte da avvocato, risorto dalla ceneri dei Cesaroni con ben diverse aspirazioni cinematografiche oltre le note attività musicali; il Margiotta mafioso di non comica truculenza.

Mai troppo credibili, allineati in questo con lo spirito dell’intera faccenda gli altri, cui in ogni caso va ascritto un buon livello di recitazione. In sintonia con un regista il quale, com’è palese, intende raccontare una sua storia stilistica divergente da quella che si vede sullo schermo. Come fosse un controcanto. A riflettere, perfino nei brani della colonna sonora, quello strano mix di nature dissonanti composto da Maria Nazionale (Ragione e sentimento, Ciao ciao, Quand’isso m’accarezza) e Mark Bodino (Lime Fire, Dust).

© Riproduzione Riservata

Commenti