Claudio Trionfera

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Non è  la vecchia canzone di Sergio Endrigo. Anche se ha lo stesso titolo. Anche se molti film ripescano titoli di canzoni più o meno antiche e sempre popolari per acquisire riconoscibilità. Anche se, forse, inserita nel soundtrack, non avrebbe stonato troppo.

Era d'estate è invece il ricordo di un’estate del 1985, quasi irreale (e un po’ surreale), nella foresteria del carcere sardo dell’Asinara: dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trafugati di botto con le loro famiglie dopo che a Palermo si è captato il rischio di un attentato ai loro danni. Soggiorno obbligato. Anzi, “vacanza coatta” come la definisce Falcone. Si è alla vigilia del maxiprocesso a quella Mafia della quale i due magistrati si stanno sforzando di dimostrare l’esistenza: come entità materiale e non suggestione dell’immaginario.

L’estate è calda e ventosa. Insopportabile per i due protagonisti, talmente isolati da non poter ricevere neppure i documenti d’archivio custoditi nei loro uffici palermitani, così importanti per proseguire l’indagine istruttoria; e ugualmente stressante per i loro familiari, la moglie di Falcone e quella di Borsellino con i figli. Tanto che Licia, la figlia maggiore, scivola in una forma di anoressia che costringe il padre a ricondurla a Palermo per farla curare. Occasione, tuttavia, per ritirare i preziosi faldoni dell’inchiesta e  portarli con sé all’Asinara quando vi fa ritorno. Il lavoro riprende e procede. Poi bruscamente, così come erano stati prelevati dalle loro case ed “esiliati”, Falcone, Borsellino e tutti gli altri ricevono il via libera per tornare a Palermo.

Il film finisce qua. Il resto è cronaca. Quattro mesi dopo comincerà il maxiprocesso che si concluderà con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare dai componenti di quella che sarà finalmente riconosciuta “Cosa Nostra”. Dopo sette anni i due magistrati saranno assassinati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Borsellino con la moglie, entrambi con i loro uomini di scorta.

Ogni tanto è giusto ricordare gli eroi e le persone oneste dell’Italia. Ce n’è bisogno. Fiorella Infascelli, regista e documentarista non molto prolifica ma bene contestualizzata in un cinema di qualità, lo fa con sobrietà ed equilibrio, del tutto immune da tentazioni retoriche, commemorative, magniloquenti. Potrebbe perfino essere un racconto di finzione per quanto il quotidiano vi trova spazio con semplicità , intrecci di caratteri e sentimenti, pezzi di vita distribuiti anche nei dialoghi con garbo e capacità di coinvolgimento in tutto l’arco narrativo.

Non c’è pretesa, insomma, di fare documento, tanto meno di costruire attorno alla coppia di magistrati – così diversi ma altrettanto complementari fra loro – un’impalcatura di mitica ridondanza. Un piccolo pregevole film degno di inaugurare (in “preapertura”, come si dice) un evento importante come la Festa del Cinema di Roma.

Un contributo essenziale, a questa intrapresa, lo danno anche gli attori: Massimo Popolizio che dà il volto a Giovanni Falcone e Giuseppe Fiorello che recita la parte di Paolo Borsellino. Entrambi in linea con quella frugalità e quella  immediatezza che appartengono all’opera. Li affiancano, nelle figure delle rispettive mogli Valeria Solarino e Claudia Potenza, non di facile affettuoso contorno ma di effettiva, sensibile partecipazione.

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