Claudio Trionfera

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L’indie pop dei Tindersticks, con la voce oleosa di Stuart Staples e la sonorità ardente di Here. E The Big Ship di Brian Eno nella sua spirale tormentosa. Le vibrazioni sono buone nelle tracce armoniche disegnate da James Ponsoldt in The End of the Tour, proprio nell’epilogo di un film che colpisce come una freccia Comanche e lascia stupefatti per la capacità di orientare la bussola in un torrente di parole e di emozioni nate “soltanto” dal confronto tra due personaggi straordinari.

Scoprire “Infinite Jest”
Il film è la storia di un’intervista. Forse di un’intervista che può fare la storia. Sollecitata dall’esplosione di un fenomeno letterario.

Quello di David Foster Wallace, scrittore di tecniche sterminate e testa ribollente, venerato come una rockstar, in piena effervescenza di successo col suo libro Infinite Jest, 1079 pagine, un chilo e mezzo di carta, concetti nel vento a scuotere l’America oltrepassandone poi i confini e a dirottare il cammino della letteratura come pochi altri avevano fatto prima di lui. Il suo interlocutore è David Lipsky, giornalista di Rolling Stone, scrittore anch’egli, giovane, in cerca di fama e assetato di scoop.

In questo dovrebbe, difatti, tramutarsi l’intervista, alla classica ricerca dei “segreti” di un’affermazione planetaria e di qualche dark side di un carattere complesso.

E invece. L’intervista smette rapidamente di essere tale, varcandone i classici limiti spaziali e temporali, convertendosi, quasi trasfigurandosi, in una sorta di congiunzione astrale condensata in cinque giorni di frequentazione, attraversata da un intenso impeto dialettico.
Dove i concetti esistenziali, sociali, culturali, religiosi e politici di ciascuno dei due interlocutori – privilegiando naturalmente quelli di Wallace continuamente sollecitato ad esprimersi – si rovesciano sul racconto come quello “tsunami di roba che ti viene addosso”, definizione che lo scrittore dà dell’America nella sua fantasmagorica osservazione delle cose.

Un viaggio di scoperta
Cinque giorni. Un viaggio. Non solo intellettuale. L’automobile di Wallace attraversa il Midwest ghiacciato, argenteo e greve, raggiunge l’aeroporto per il volo che lo porta con l’ormai inseparabile Lipsky in un centro commerciale di Minneapolis per un reading, poi in uno studio radiofonico, e ancora indietro, verso casa, nella tana creativa dalla grandi vetrate sulla neve, con il dialogo fitto e l’amicizia nascente che si trasformano in conflitto prima sordo poi conclamato sui modi d’essere e sul reciproco rispetto.

E quando, alla fine dell’esperienza, il giornalista – che in fondo il suo lavoro non lo ha mai incominciato lasciandolo peraltro interminato – e Wallace si salutano, tutto si ricompone.

Il ricordo di un genio
Equilibri, armonie. Scambio di numeri telefonici e indirizzi e-mail. Un abbraccio. I due però non si rivedranno. Gli anni Novanta sono già in fase discendente, di lì a qualche anno David Foster Wallace morirà suicida. L’intervista non uscirà su Rolling Stone ma diventerà materiale per il ricordo di un genio. E per questo film.

Centinaia di sigarette, decine di cassette divorate dal registratore, un’azione cinematografica che sembrerebbe statica nello scambio ininterrotto di parole, frasi, sensi primi e secondi e che s’impregna, piuttosto, di una enorme mobilità nelle intime dinamiche dei contenuti e dell’incontro fra due caratteri tanto diversi fra loro, consumandosi in un fruscìo.

Discorsi sul mondo e sulla scrittura, sull’uso delle droghe, sulla natura dell’uomo, l’inferno dei media e le luci fasulle dell’entertainment, la musica, la divina Alanis Morissette col privilegio di esser l’unica ad avere un poster appeso nella casa di Wallace.

Humour morbido e tagliente
Flash e splash illuminanti e improvvisi nella leggerezza di quello humour morbido e tagliente che appartiene alla scrittore e alla sua perenne bandana, alla sua ricerca “dell’essenza di essere”, come lui stesso dice, “splendentemente umano”. Una ballata anche malinconica e un po’ nostalgica come un fiore appassito se si pensa all’amicizia spezzata dei due protagonisti, al fine corsa luttuoso di uno di loro, al tramonto di un’epoca.

Film febbrile, casuale, sincopato, bellissimo. Tradotto in immagini attive dalla macchina in spalla, colori realistici, la cronaca sembra essere dietro l’angolo, filtrata nello stile volutamente ruvido. Ma segretamente soave in quella serie di appunti di vita che rimandano ad un metodo molto  beat.
E sebbene ci si ritrovi in anni diversi e in differenti universi letterari, i ritmi, gli  squarci e i baleni lambiscono quel capolavoro chiamato Visions of Cody di Jack Kerouac che Allen Ginsberg, nella sua prefazione, definì “il libro più sincero e santo ch’io conosca”.

Attori e tracklist di valore
Jason Segel è nella parte di Wallace e la sua performance è miracolosamente densa, profonda, compatta, generosa nelle sfumature. Jesse Eisenberg è il giornalista, all’inizio nelle vesti dell’apprendista stregone, via via via imbevendosi, secondo il dettato della storia, del carisma dell’altro, promettendo di diventarne il più acuto testimone.

Con la destrezza e il valore degli attori, l’assoluto splendore delle musiche. Tracklist di grande raffinatezza che allinea Danny Elfman, REM, Tracey Ullman, Fun Boy Three oltre Eno e Tindersticks dei quali s’è detto all’inizio, a completare questo piccolo capolavoro e a conquistare definitivamente il cuore.

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