Cinema

El Campo, Hernán Belón: "Dall'Argentina ispirandomi a Fellini"

Dal 31 agosto in sala la coproduzione Roma-Buenos Aires, film psicologico con atmosfere da thriller. Intervista al regista sudamericano

Hernán Belón

Il regista Hernán Belón – Credits: Cinecittà Luce

Il 31 agosto arriva al cinema El Campo, film di coproduzione italo-argentino diretto dal cinesta di Buenos Aires Hernán Belón.

Protagonisti Santiago (Leonardo Sbaraglia) ed Elisa (Dolores Fonzi), una giovane coppia che decide di trasferirsi con la piccola figlia in una casa in campagna per vivere un periodo lontano dalla frenesia della città e del lavoro.
Di notte, al loro arrivo, il luogo si presenta con il decadente fascino di una dimora da lungo tempo disabitata. Santiago ne è entusiasta mentre Elisa avverte, senza riuscire a spiegarselo, uno strano senso di inquietudine che andrà acuendosi col passare dei giorni fino a destabilizzare completamente le sue certezze.

Incontriamo il regista argentino.

Hernán Belón, lei viene dal mondo dei documentari, questo è il suo primo lungometraggio. Come è stato il passaggio?
"Quando ho iniziato a studiare cinema ho realizzato diversi documentari. Sono sempre stato molto interessato al 'cinema del reale'. Ma allo stesso tempo anche al lungometraggio. Ho fatto parte del ciclo Historias Breves 1, una serie di cortometraggi prodotti dal National Film Institute qui negli anni '90 (dal quale sono emersi Lucrecia Martel e Adrian Caetano, etc.) come assistente alla regia e al montaggio. È stata un'esperienza molto bella perché ci dava l’impressione di stare creando qualcosa di nuovo. Un'esperienza di gruppo generazionale e molto forte che ha dato luogo a quello che fu in seguito chiamato "Nuovo Cinema Argentino". Poi sono stato in grado di fare la mia prima esperienza importante come regista in Historias Breves 2, quando ho fatto il mio cortometraggio Aluap. Ho imparato molto durante le riprese e anche con il tour in Europa dove ho portato il film in alcuni festival. È da allora, dal 1997, che cercavo di dirigere un lungometraggio.
Nel 2005 ho vinto la borsa di studio dalla Residenza di Cannes, che consiste nella possibilità di trascorrere cinque mesi a Parigi, e scrivere un copione. Ho sviluppato un progetto per un film intitolato El regreso de saturno, che alla fine non poterono girare perché molto costoso per essere un’opera prima. In attesa di realizzare questo progetto facevo documentari. Il documentario è un formato (che può essere di qualsiasi genere) che mi piace. Permette di osservare la vita da vicino, capire i processi reali, personaggi veri. È molto utile per la narrativa. E poi, è un po’ più facile da finanziare!.
Per questo film era fondamentale la co-produzione con l'Italia. Ho incontrato Giorgio Magliullo e Luciano Stella, Skydancers in una riunione di co-produzione tra Italia e Argentina, che sono stati interessati al progetto e da lì abbiamo iniziato. Incredibilmente, nonostante tutti i legami che legano i due paesi, è una delle prime vere co-produzioni tra Italia e Argentina. Hanno ottenuto il sostegno di Luciano Sovena, l'Istituto Luce, e così abbiamo potuto finire di finanziare il film.
Già per le riprese ho avuto l'ausilio di un’equipe tecnica di alto livello e completa fedeltà. Tra loro c'era Natalie Cristiani, il montatore, che è italiana ed è venuta in Argentina per fare il film. In realtà è stata la mia assistente incondizionata per tutta la produzione riprese e post. E naturalmente gli attori, che sono stati molto generosi con me. È difficile perché devi lavorare molto velocemente (la ripresa è stata di 5 settimane) e non c'è tempo per rifare tutto. L'unico modo è essere guidati dall'istinto. Se sei molto cerebrale, perdi la magia".

Che cosa ti ha fatto decidere di raccontare una storia di crisi della famiglia?
"In realtà il copione è nato da un esperimento. Quando è nata mia figlia ho pensato che sarei stato un ottimo padre, che sarebbe stato tutto facile, ed invece no. Ho iniziato ad avere paura, ad essere instabile, a pensare quanto fosse poco consistente la mia vita e non avevo nessuna certezza del futuro... Cose con le quali fino ad allora avevo convissuto tranquillamente, ma che da quel momento erano diventate insopportabili. Mia moglie, Valeria Radivo, per non uccidermi mi ha detto: 'Perché non fai qualcosa per uscirne?' Lei è un'attrice e sceneggiatrice e mi ha proposto di scrivere una storia su una coppia di trentenni, con una figlia piccola, che entra in crisi. In quel momento ero molto interessato all'idea di entrare nella testa e nella pelle di una donna per raccontare la storia dal suo punto di vista. E così abbiamo scritto la prima versione, che girava tutta intorno ad Elisa. Poi, nelle versioni successive, ha iniziato a guadagnare spazio anche il
punto di visto di Santiago, così che il film comincia con un racconto intorno a lei ma alla fine sarà lui l’emblema della crisi".

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La campagna è una vera protagonista o un pretesto per la crisi?
"Quando si vive in città molto spesso si dice: 'Vado in campagna, a vivere una vita tranquilla, a lasciare tutto questo caos, il traffico...' Una fuga, il sogno di essere un uomo ‘naturale’ - per scomodare Rousseau -, di ricominciare da capo. Elisa va in crisi con la nascita della figlia, e il marito non ha idea migliore che trasferirsi in questa zona bucolica e comprare una casa, auspicando che lei in questo modo riesca ad adattarsi alla maternità. Questo però sortisce esattamente l’effetto contrario, aggravando il problema e facendo esplodere la crisi".

Cosa rappresenta per lei simbolicamente la campagna?
"El campo è come la giungla di Cuore di tenebra. Un posto dove si manifesta il lato più oscuro, più selvaggio di ognuno di noi. Siamo stati molto indecisi se girare la storia in montagna con il bosco attorno alla casa, ma alla fine abbiamo deciso per la campagna perché con la sua apparente calma, la sua 'piattezza' e immobilità ci spinge ancor di più a un confronto, a stare soli con noi stessi e con l’altro/altra. Un luogo ostile, lontano... Senza internet, telefono, TV. Non c’è nulla che possa distrarre dall’altro se non la natura, e loro sono così costretti a confrontarsi. Nel mezzo c’è poi la bambina, sempre potenzialmente in pericolo, che al tempo stesso li unisce e li divide.
Elisa è una professionista, colta, emancipata e la maternità, il confronto con il suo corpo e il corpo del bambino, l’ha in qualche modo irritata. Non riesce a sopportare questo corpo estraneo. In questo luogo il marito, la persona con cui dorme, fa sesso, condivide ogni ora, comincia a sembrarle strano e intollerabile. Lei è ancora nel periodo post-partum e, tecnicamente parlando, anche il suo corpo è alterato in termini di ormoni.
Dopo un bebè in una coppia tutto cambia. L’amore, come lo conoscevamo, non c’è più. Bisogna reinventarlo, imparare ad amare in un nuovo modo. Penso che la campagna sia il luogo che in questo caso accelera questo processo. È anche un campo semantico. Lei non ha parole per esprimere ciò che accade, prova a parlare con la vicina ma non riesce a esprimere ciò che sente. Ma dalla sua carenza, dopo questa esperienza, riconosce finalmente quali siano i loro fantasmi e a capire un po' meglio. Il marito, tuttavia, rimane a corto di parole. E sarà lui ad andare in crisi".

Lei racconta una storia drammatica con uno stile da suspence. Come mai ha deciso di utilizzare questo linguaggio quasi thriller?
"Ho usato un linguaggio di questo tipo, come ad esempio il fuori campo, la poca profondità. C'è sempre qualcosa di nascosto dietro gli oggetti traslucidi come il fogliame degli alberi, il vetro smerigliato/satinato, tessuti che si muovono con il vento. Anche dietro gli oggetti opachi come le cornici delle porte, le foglie degli alberi e le ombre. Volevo che lo spettatore avvertisse la paura che sentiva la protagonista, almeno nella prima parte del film.
Ho utilizzato anche archetipi come la foresta, la casetta, l’anziana donna, animali selvatici che custodiscono l’altro mondo, la tempesta, il fuoco, la notte, il sangue, il sesso, gli elementi che vengono presentati da un punto di vista inaspettato con l’idea che in realtà rivelino, dietro una forma familiare, una misteriosa e sinistra natura.
La scelta della casa è stata una delle cose più difficili, perché volevo che fosse uno spazio che permettesse in maniera naturale la soggettività di ciascuno dei personaggi, che potesse essere allo stesso tempo un luogo sinistro e inquietante per la protagonista e un palazzo per il protagonista.
Inoltre ero molto interessato a lavorare con il suono che nel film viene usato per promuovere questa idea di soggettività. Un suono che corrisponde all’estrema sensibilità della protagonista.
Quando si ha un bambino i sensi si affinano, in particolare l'orecchio. Si è sempre in ascolto per vedere che cosa fa il bambino, se piange, se respira, se è caduto dalla culla, se ha un po' di tosse... Inoltre la protagonista comincia ad abitare un mondo un po’ di fantasia cercando di individuare qualsiasi cosa possa essere un pericolo per la piccola e vedendo anche quello che non c’è. Ho cercato di creare questo stato d’animo anche con i suoni del fuoco, della tempesta, del vento tra gli alberi, un sussurro, un gemito, il suono lontano di un giocattolo. E anche il silenzio, come qualcuno che è morto e il suo respiro è andato.
Penso però che il film abbia anche un senso dell'umorismo, uno humor particolare ma alla fine sempre humor!"

A quali registi si ispira?
"Mi piace Polanski, David Cronenberg, Antonioni, Fellini, Coppola. Sicuramente ne El Campo c’è qualcosa di tutti loro".

Quale pensi sia la differenza tra il cinema argentino e quello italiano?
"Il cinema italiano è uno dei più importanti al mondo, noi registi stranieri abbiamo imparato tutto dagli italiani! In Argentina penso che ci siano grandi registi che hanno imparato bene e lavorano altrettanto. Il panorama cinematografico argentino è molto eterogeneo e un fattore molto positivo è che la maggior parte dei registi hanno età molto differenti. Inoltre, il cinema argentino ha una qualità tecnica molto elevata. I tecnici dei film qui sono eccellenti e hanno molta esperienza. Credo che dovremmo rafforzare il legame tra i due paesi, anche in occasione dei festival. Il cinema italiano è assolutamente apprezzato in Argentina e credo che, viceversa, gli italiani possano davvero godere dei nostri film. Siamo uniti da legami culturali molto forti. Da parte di mia nonna materna, la mia famiglia è originaria di Napoli e io lì mi sento a casa.
Abbiamo usi, costumi e anche uno humor molto simili. Diciamo che gli argentini sono quasi come gli Italiani! Tuttavia è molto difficile vedere film italiani in Argentina, così come spesso è difficile che i film argentini riescano ad uscire in Italia. L’uscita de El Campo in Italia è un sogno, qualcosa che non tutti i registi argentini riescono a realizzare".

Qual è il tuo regista italiano preferito?
"Mi piace moltissimo Fellini. Ho anche un suo libro, Fare un film, che ho portato con me durante le riprese di El Campo come se fosse un amuleto! Ogni notte ne leggevo una parte cercando l’ispirazione, un piccolo supporto di Federico! Mi identifico molto con il suo senso dell’umorismo, la sua passione e il modo di incarnare il lavoro/la figura di cineasta.
Ci sono poi molti film italiani che adoro, tra cui C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, i film di Antonioni, tutti i rappresentanti del neorealismo. Dei registi più recenti mi piaciono Emanuele Crialese, Giuseppe Tornatore, Matteo Garrone. Ultimamente poi ho scoperto i film di Giada Colagrande che mi piace molto.

Quali sono i progetti per il futuro?
"Stiamo ultimando il montaggio di un altro film che ho girato con Leonardo Sbaraglia ed è tra l’altro una co-produzione italiana. Il titolo sarà Sangre en la boca (Sangue in Bocca) ed è una storia di amore e sesso ambientata nel mondo della boxe".

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