Claudio Trionfera

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Il dubbio nasce dal caso e ne è, dunque, la conseguenza. Insieme gli elementi si aggrovigliano e non danno scampo. È la sostanza che si agita e s’accartoccia ne Il dubbio - Un caso di coscienza (in sala dal 10 maggio, durata 103’) dell’iraniano Vahid Jalilvand, intenso doppio dramma psicologico con varianti di “giallo” a sfondo ospedaliero e domestico, coinvolgente e feroce nella rappresentazione, poggiato su un importante esercizio di recitazione e sul volatile, relativo concetto di verità. Quella detta, quella non detta, quella temuta. 

Come un’implosione. Generata da un inizio agghiacciante e funesto che se non fosse tragico deriverebbe nel caustico e nel grottesco. Perché il dottor Kaveh Nariman (Amir Aghaee), anatomopatologo di grido, si ritrova sul tavolo settorio il corpo d’un ragazzino che teme di aver ammazzato in un incidente d’auto la sera prima: apparentemente senza conseguenze  ma forse mortale.

Un'autopsia senza certezze tra incidente e veleno

“Forse”. Perché l’autopsia, condotta dalla moglie Leila (Zakieh Behbahani) che lavora nel suo stesso ospedale (lui non se l’è sentita), rivela nella sua evidenza scientifica che ad uccidere il bambino sarebbe stato il batterio del botulino proveniente dai polli avariati che suo padre Moosa (Navid Mohammadzadeh), nella povertà famigliare, ha comprato a un prezzo stracciato; a sua volta lacerandosi nei sensi di colpa e nell’angoscia assieme alla moglie Sayeh (Hediyeh Tehrani).

Due padri e due madri separati dalla distanza sociale

Ma il dubbio nel medico resta, prima tacendolo a salvaguardia di reputazione e agiatezza, poi trasmettendolo al padre del ragazzo e riflettendolo sullo spettatore. Senza che il racconto, alla fine, lo risolva nitidamente: ballando tra due famiglie - quella dell’anatomopatologo e quella della vittima separate da enormi distanze sociali e culturali - nel frattempo Moosa è finito in galera per aver ridotto in fin di vita l’uomo che gli ha venduto le carcasse dei polli bacati - e in queste convergendo  col peso e la severità della pietra rotolante e la violenza sorda, appunto, dell’implosione.

Intensa saturazione simbolica e recitazione rigorosa

Il film è iraniano ed è prezioso. Jalilvand, quarantaduenne regista di Teheran all’opera seconda, lo gira con risoluta consapevolezza tecnica e intensa saturazione simbolica, affidandosi alla maturità e alla compiutezza di una recitazione rigorosissima senza escludere importanti richiami sociologici oltre quelli legati al concetti di onestà e responsabilità; al contrario di quella cromatica, che nella dominante metallica della fotografia davvero esemplare di Payman Shadmanfar si specchia, lungo tutta la storia, nella zona grigia dell’incertezza, della flottanza interiore e dell’esitazione.

Voto: 3/5
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