Claudio Trionfera

-

Innamorarsi del proprio analista? È un “classico”. Se poi gli psicanalisti sono due e addirittura identici perché gemelli la faccenda si fa calamitosa. François Ozon costruisce su questa traccia Doppio amore,  il suo diciassettesimo film (dal 19 aprile in sala, durata 108') girato a vent’anni di distanza dal primo Sitcom – La famiglia è simpatica, 1998. Affascinando e intrigando nei turbini del psychological thriller, dell’erotismo acceso e del mistero più appiccicoso con uno schema narrativo geometrico, impregnato d’una continua riproduzione di sé nel concetto di duplicazione ribadito all’infinito.

Quel conflitto genetico oscuro e sanguinoso

Del guaio nel quale si caccia s’accorge presto Chloé, fanciulla sensuale, bellissima e seduttiva come in effetti è la Marine Vacht che ne recita la parte; e che, emanando in pari misura fragilità,  virtù e irresistibile attrazione finisce fatalmente tra le braccia di entrambi i gemelli. La cosa, già complicata di suo, s’aggroviglia ulteriormente per il conflitto che quei due fratelli oppone. Tanto sanguinoso e oscuro da far rimuovere all’uno, il tenero Paul – cui la ragazza afflitta da un mal di pancia tutto mentale (e sessuale) si rivolge all’inizio - l’esistenza dell’altro, l’irruento famelico Louis, evidentemente interpretati dallo stesso attore, Jérémie Renier.

Quando si dice… “il meglio di un uomo”, anzi di due

Per Chloé, invece, quei diversi caratteri s’integrano perfettamente cogliendovi, come si dice, il meglio d’un uomo solo: la dolcezza e il furore passionale, la carezza e il sesso più crudo, lo spirito e la materia. Prima assaporando il rassicurante tepore sentimentale che Paul, interrompendo innamorato la terapia, le offre addirittura approdando ad una idillica convivenza. Poi, scoperto tra mille sospetti l’intrico gemellare e rivoltasi in incognito a Louis per saggiarne l’esistenza negata dall’altro, lascia che le nuove sedute di psicanalisi degenerino in drammatico pasticcio dandosi in pasto all’uomo che ha capito tutto e le salta addosso trascinandola nel vortice del piacere.

Così anticipando una nuova fase conflittuale col fratello che, neanche a dirlo, ricalca duplicandolo nei modi e nelle dinamiche (lo si scoprirà nel finale -  che ovviamente è da tacere - attraverso una enigmatica signora Schenker col volto di Jacqueline Bisset) quanto avvenuto tra loro in passato.

Gioco di specchi ed esplorazioni oniriche

Temi, sostanze e moduli narrativi che François Ozon, nel suo costante tallonamento degli opposti, traduce - dal titolo del film in giù - in una paranoica, schematica e caparbia rappresentazione del doppio; gioco di specchi, realtà, riflessi, esplorazioni oniriche e fusione tra realtà e sogno che, pur conservando il suo specifico tratto d’autore e la sua peculiarità stilistica, non può non evocare De Palma, Hitchcock, Kieslowski e perfino l’ultimo Ozpetek. Sfidando l’occhio nell’audacia delle scene più carnali che tuttavia l’elemento plastico, simbolico e psicologico riesce a trasferire in una visione glaciale e oggettiva ancorché provocatoria.

Le profondità del sesso nella vita inquieta di Chloé

Certo, l’altro polo del film rimane quello del sesso. Perché la vita inquieta di Chloé e i suoi malesseri girano attorno a pulsioni represse e inappagamento: ricondotti, certo non gratuitamente, in alcuni passaggi anatomo-ginecologici che possono anche far discutere ma che, al tempo stesso, appartengono al campionario del significante più congruo. In un cinema che, proprio tra sesso e gemellarità (con varianti malefiche) si propone in termini genitali e genetici, oltre psicologici, per sondare remoti anfratti della mente e dell’animo  femminile. Curioso, se mai, che di quest’ultima parte sia un uomo ad occuparsi  in modo tanto acuto e convinto.

Per saperne di più

Voto: 4/5
© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Ghost Stories, geniale imboscata di spettri – La recensione

Jeremy Dyson e Andy Nyman dirigono un grande film di fantasmi. Con un investigatore scettico, tre casi terrorizzanti e un epilogo “vintage”

Io sono Tempesta, Marco Giallini ai confini dell'onestà - Recensione

L’attore è protagonista con Elio Germano del nuovo film di Daniele Luchetti, commedia sociale su un imprenditore sospeso tra scaltrezza e beneficenza

I film più belli del 2018 (finora)

Al primo posto il gioiello giapponese "Un affare di famiglia" di Kore-eda Hirokazu. New entry "First man" di Damien Chazelle

Commenti