Cinema

Dopo Scola. Che cosa resta del cinema italiano

Quasi sparita una intera generazione di cineasti, ecco gli autori che oggi ne raccolgono l’eredità. Alle loro spalle un vuoto da riempire

Ettore Scola

Claudio Trionfera

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L’adieu, elegante e silenzioso, di Ettore Scola, al di là del dolore – anche personale – di chi ha condiviso con lui un percorso cinematografico e del pubblico che lo ha amato, apre una riflessione.

E un interrogativo. Su che cosa resti del cinema italiano, adesso, a livello di figure simboliche e riferimenti storici.

Parlo di interlocutori e presenze “rassicuranti” come quelle di padri benevoli, non tanto di eredità cinematografiche destinate, per loro stessa natura, a vita perenne.

Di una intera generazione resta poco, in verità. Abbiamo perduto nel giro di poco tempo Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Francesco Rosi e, tra gli sceneggiatori, Suso Cecchi D’Amico, Tonino Guerra, Vincenzo Cerami e Furio Scarpelli, per parlare solo degli ultimi cinque anni.

 

La memoria, dunque, lentamente rimane tale.
Passano le figure, la storia è scritta. Di quel cinema italiano, naturalmente, sopravvivono i film e il ricordo di persone nobili e belle.  Scola, appunto. Che pure da tempo era silente (l’ultimo film vero e proprio, Concorrenza sleale, è del 2001,) ma, come si dice, a volte bastava la sua presenza confortante a qualche premio o festival per farci sentire (noi del cinema, intendo) tutti più sicuri.

Consapevoli del fatto, in fondo, che la tradizione consolida e il passato è un bene prezioso mai da “rottamare”. Specie davanti a un nuovo che avanza e fa spavento nella sua confusione mediologica, dove il cinema s’impasta, agli occhi degli stralunati fruitori d’immagini, con orrende fiction tv, web series, escursioni dilettantistiche, presunzione a piene mani.

Il cinema italiano di oggi, parlo di quello presentabile a livello internazionale e capace comunque di eccellere, è vivo e tuttora meraviglioso in Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino, lascia spazio ai lampi di Bernardo Bertolucci, dei fratelli Taviani, di Ermanno Olmi, dà un senso alla parola “autore” nell’opera di Nanni Moretti, Marco Bellocchio e Pupi Avati, aspetta da un po’ ispirazioni determinanti da Roberto Benigni.

Lo spazio alle spalle di costoro, invece,  è ancora tutto da riempire. Troppe volte la corda suonata è sempre la stessa, pure quando la musica sembra gradevole.

Non bastano due o tre film riusciti a fare di un cineasta un maestro, né saper parlare con la lingua di un solo genere, che sia commedia o dramma.

Per intenderci: aspettiamo ancora chi, tra i molti autori che affollano il cinema italiano, sappia passare con leggerezza, classe e profondità, da C’eravamo tanto amatiDramma della gelosia, da Una giornata particolareLa famiglia.
E via così, toccando tanti modi diversi di fare cinema senza smettere di raccontare la zona “universale” della nostra realtà italiana.

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