Simona Santoni

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Dino Risi, il geniale creatore del grande classico Il sorpasso, il generale della commedia all'italiana che in questi giorni New York scopre grazie alla spettacolare retrospettiva voluta da Istituto Luce - Cinecittà e ospitata dal MoMa, nasceva 100 anni fa. 

Milanese nato da buona famiglia borghese, i suoi lo vorrebbero medico oppure psichiatra. Ma il ragazzo, appena presa la laurea, afferma la sua volontà di fare il cinema e va alla scuola di registi come Mario Soldati e Alberto Lattuada.

Gli esordi

A guerra appena finita esordisce a 30 anni con il cortometraggio Barboni e a 35 è già perfettamente inserito nella Cinecittà del dopoguerra,  pronto all'esordio firmato: prima si fa le ossa con Il viale della speranza dedicato al mondo del cinema e poi si mette in luce con Vacanze col gangster, scritto con Ennio de Concini e prodotto dal rampante Mario Cecchi Gori.

Il successo con Poveri ma belli

Ci mette poco a diventare un artigiano di successo e già Il segno di Venere con la coppia Loren/De Sica e il sequel Pane amore e? (entrambi prodotti da Goffredo Lombardo) sanciscono il suo successo. Ma è Poveri ma belli (1956), costato come una pellicola di serie B, interpretato da un pugno di caratteristi promossi a primi attori (da Maurizio Arena a Renato Salvatori, da Marisa Allasio a Lorella De Luca) che farà la sua fortuna: quel ritratto di una gioventù popolare, bella e sfrontata, rivoluziona i canoni del ritratto d'ambiente neorealista e apre la stagione della commedia all'italiana. Piacerà talmente da generare due cloni (Belle ma povere e Poveri milionari) e da fare di Dino Risi un autore libero di scegliersi i copioni su misura.

La commedia all'italiana

Così, ispirandosi a un programma televisivo, promuoverà Vittorio Gassman a divo comico (Il mattatore), piegherà Alberto Sordi al suo ruolo più intenso e tragico (Una vita difficile), siglerà il boom economico con la tragicommedia Il sorpasso (tra gli sceneggiatori c'à Ettore Scola), scoprirà il talento di Ugo Tognazzi ne La marcia su Roma. E con I mostri (1963) saprà trasformare il film a episodi in una grottesca galleria dei peggiori istinti italiani affidandosi ai suoi "mattatori" preferiti, Gassman e Tognazzi, con 20 sketch che hanno fatto la storia del cinema.    

Gli anni '60 sono il terreno di caccia preferito per l'imperatore della commedia: in 10 anni firma 20 titoli e quasi tutti sono successi commerciali, nel tempo rivalutati anche come altrettante conferme del suo talento ribelle, ironico, feroce e anticonformista. La sua conoscenza dei meccanismi della commedia è tale che lo paragonano a Billy Wilder, alcuni film sono vere icone come l'irresistibile Straziami, ma di baci saziami del '68 attraversato da un memorabile Ugo Tognazzi muto dalla prima all'ultima inquadratura e da un Nino Manfredi che con Risi troverà spesso i suoi accenti più autentici.

La candidatura all'Oscar

Benché si rispecchi in Vittorio Gassman come nell'alter ego a cui sarà sempre fedele, Dino Risi ha saputo lavorare con tutti i protagonisti del nostro cinema. Così nel 1970 con La moglie del prete apre una nuova pagina del suo cinema dirigendo la coppia Mastroianni/Loren in una commedia agra che allora toccava i nervi scoperti della pubblica morale. Ma ormai è sempre più autore e meno artigiano di talento. Sicché nel 1974 mette mano alla sua opera più privata e dolente, Profumo di donna con l'amico Gassman con cui si guadagnerà la candidatura all'Oscar.

Ripiegato su una visione più malinconica e addolcita della vita, Risi diviene regista intimista con film dai contorni sfuggenti come Anima persa o Caro papà e affronta il rampantismo degli anni '80 con minor vigore, sperimentando il racconto televisivo e concedendosi alcuni "ritorni" al suo cinema più popolare da E la vita continua a Sesso e volentieri.

Gli ultimi anni da osservatore

Tornerà anche sul suo lavoro e su quello dei colleghi dirigendo mini-serie come La ciociara o Giovani e belli, arriverà perfino a sfiorare un mito italiano con Le ragazze di Miss Italia che conclude nel 2002 la sua parabola. Intristito e solitario, rinchiuso da anni nel suo residence a Via Aldrovandi a Roma, fiero di due figli che seguono le sue orme come Claudio e soprattutto Marco, diventa un osservatore acre del degrado italiano, ma non ha più voglia di creare. Se ne va, da ateo convinto, nella notte del 7 giugno 2008.    

Al giornalista Fabrizio Corallo affida le sue confessioni da disilluso in un documentario-ritratto Dino Risi Forever che in questi giorni accompagna la grande retrospettiva del MoMa di New York. Nel 2002 la Mostra del Cinema gli conferisce il Leone d'oro alla carriera, ultimo dei pochi riconoscimenti ricevuti (appena un Premio Bianchi e un David di Donatello) per un autore che ha segnato la storia del cinema. 

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