Daniel Day-Lewis: 'Lincoln è nelle mie corde... vocali'

Si è calato nei panni del 16° presidente Usa cercando di immaginarne la voce. Adesso è il favorito all'Oscar. Un’ora di botta e risposta spiazzante con un attore che parla di rado. E mai di sé

Credits: Illustrazione di Marco Calcinaro

Marco Giovannini

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Quando la definiscono il "più grande attore vivente", come ha appena fatto il Time, quale è la sua reazione?
Fare gli scongiuri.

E la seconda?
Fingere di crederci. Noi attori siamo molto propensi all’adulazione. Io cerco di non leggere mai le recensioni, perché una cattiva ne può rovinare dieci buone. Eppure anche se le ignori, in internet riescono a farsi strada e da lì vengono rimbalzate da amici che credono di farti un piacere.

Davanti al cronista, un insospettabile Daniel Day-Lewis: sorridente, spiritoso, rilassato. Eppure è leggendario il suo mix di ritrosia e timidezza che rendono delle autentiche rarità le sue interviste. Ha appena vinto il Golden Globe per la sua interpretazione in Lincoln ed è il superfavorito all’Oscar . Se glielo assegneranno, arriverebbe a tre (il record è di Katharine Hepburn che ne ha vinti quattro). "Fenomenale" è stata giudicata la sua interpretazione di Abramo Lincoln nel nuovo film di Steven Spielberg e nessuno si è sognato di gridare allo scandalo perché Day-Lewis è inglese. Ha 55 anni, è sposato con Rebecca Miller, figlia del commediografo Arthur, dalla quale ha avuto due figli; un altro è nato dalla relazione con l’attrice francese Isabelle Adjani, interrotta via fax. Con Panorama ha accettato di parlare di Lincoln e di qualcuno dei suoi segreti.

Dieci anni fa aveva definito l’offerta di Spielberg "irragionevole", rifiutandola. Cosa le ha fatto cambiare idea?
Era una sceneggiatura diversa e in me non era scattato nulla. Mi immaginavo in sala come spettatore, ma non come interprete. Non credo fosse semplice paura, perché la paura mi piace, è stimolante, genera emozioni forti. In quel caso però non si era trasformata in tentazione.

C’entrava il fatto di essere inglese?
Non so che dirle… Non ho mai visitato la statua di Lincoln a Washington né la sua enorme faccia scavata nella roccia del Monte Rushmore, come invece ha fatto, e più volte, Spielberg. Il mio primo ricordo di Lincoln è perfino un po’ irriverente: in Inghilterra le gomme americane regalavano figurine e c’era una serie sulla guerra civile molto ambita da noi bambini perché era piuttosto cruda e realistica, un po’ come un film vietato. Io Lincoln l’ho conosciuto così.

Ha studiato chi l’ha preceduta nella parte?
Non lo faccio mai. Preferisco trovare la mia strada indipendentemente.

La cosa più complicata nel trasformarsi in Lincoln?
Tutto. È un processo lento passare dall’oggettività alla soggettività. Capisco di avercela fatta quando sento la voce del personaggio. Niente di soprannaturale, intendiamoci, ma è come un monologo interiore che piano piano viene alla luce. È una linea invisibile, me ne accorgo solo quando l’ho oltrepassata. Ho registrato la voce e l’ho mandata a Spielberg.

E lui?
Mi ha detto che quando ha visto quel pacco della Federal express si è spaventato. Sopra ci avevo disegnato un teschio con due tibie incrociate, per fare capire che era importante. E dentro c’era il registratore, perché io ne uso ancora uno analogico non digitale, e se mandavo solo la cassetta, come la sentiva? Mi ha detto che quando ha azionato quel reperto vintage gli sono venute le lacrime agli occhi: una voce del XIX secolo che nel XXI saltava fuori da un ordigno del XX…

Ha mai pensato di fare il regista?
No.

Lavorare con attori come lei la spaventerebbe?
(ride) Forse. Una volta ho avuto la tentazione, per via del soggetto, il ciclista Graeme Obree, detto lo "scozzese volante". Si era costruito da solo una bicicletta con pezzi di una lavatrice e aveva battuto il record dell’ora di Francesco Moser. Non ho mai superato però la soglia di un momentaneo, fuggevole desiderio.

Perché?
Sono un tipo a senso unico. In tutti i lavori che ho fatto, non solo come attore, la mia fascinazione compulsiva esclude la possibilità di capire quello che avviene intorno a me. Il regista dovrebbe avere una visione d’insieme di quel microcosmo che diventa la tua famiglia. Io amo la mia famiglia, ma quella di un film è decisamente troppo allargata.

Lincoln è il suo sesto film negli ultimi 16 anni. Perché così pochi?
Potrebbe dipendere dal fatto che sono pigro? Sicuramente mi piace il ritmo lento. Per quanto abbia "bisogno" di questo lavoro, ho altrettanto bisogno di lunghe pause.

Mi racconti una storia che la riguarda e che sicuramente non conosco...
Il mio primo film è stato Domenica, maledetta domenica di John Schlesinger, ma lo cercherebbe inutilmente nella mia filmografia perché il mio nome neanche appariva nei titoli di coda. Avevo 15 anni, giravano nel mio quartiere e mi presero con vari amici per giocare a pallone. Più che un attore mi sentii un calciatore professionista, perché mi pagarono due sterline, una cifra record allora. Il giorno dopo invece servivano dei teppisti, ci diedero delle bottiglie di latte frantumate e con quelle dovevamo rigare le macchine parcheggiate, Bentley, Jaguar, Aston Martin. Mi diedero tre sterline. Come potevo non innamorarmi di un lavoro che offriva queste possibilità?

Che altro mestiere avrebbe potuto fare?
Il pittore, ma sarebbe servita un’abilità maggiore. Più probabilmente il falegname, ho delle mani molto capaci di costruire.

Anche scarpe… Come è finito a fare il ciabattino a Firenze?
Non ne ho mai voluto parlare, ma glielo dico solo perché è italiano e perché è morto recentemente il mio amico Stefano Bemer nella cui bottega di Borgo San Frediano ho imparato il mestiere. Per cosa? Curiosità.

Sa già che film farà prossimamente?
Non so mai il dopo. Spielberg mi invidia perché il suo programma di regista e produttore è denso fino al 2017.

Sarà inondato di sceneggiature...
Non va così. Spielberg mi prende in giro, dice che negli studios gira la voce che quasi tutti cercano di piazzare il mio nome in un nuovo progetto. E poi dicono: "Lascia perdere, tanto non lo farà mai".

Preferisce che resti così oppure vogliamo fare un appello a registi e produttori perché le spediscano sempre tutto?
La maggior parte delle sceneggiature sono di scarsissimo valore, sono ben poche quelle buone. Il mio problema, che è anche una benedizione, è stato avere due genitori che amavano parole e linguaggio più di se stessi (Cecil, il padre, era un poeta "laureato" dalla Regina Elisabetta, Jill Balcon, la madre, un’attrice, ndr) e io proprio non sopporto scritti di povera qualità.

Per quale squadra di calcio fa il tifo?
Il Millwall, famoso soprattutto per una cosa: i tifosi più intemperanti e violenti d’Inghilterra e forse del mondo, peggio di quelli di Juventus, Roma e Fiorentina messi insieme (lo dice in italiano, ndr). Nella zona di Londra dove sono cresciuto c’erano due squadre, Millwall e Charlton, e si odiavano con tutto il cuore. A scuola, quando arrivava uno nuovo, la domanda di rito era: "Per chi fai il tifo?". Avevi il 50 per cento di possibilità di rispondere giusto. Ci ho messo poco a capire che i tifosi del Millwall picchiavano più duro, quindi sono passato dalla loro parte.

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