Claudio Trionfera

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La saga continua. Con uno spinoff che arriva nove anni dopo Rocky Balboa e promette, forse, l’inizio di una nuova serie. I presupposti narrativi ci sono, il peso cinematografico anche. Vediamo perché.

Intanto Sylvester Stallone. Il vecchio Rocky. Non fa più il pugile, naturalmente. Lavora nel suo ristorante di Philadelphia ma torna nei paraggi del ring per diventare coach e allenare il figlio del suo mitico avversario Apollo, che si chiama Adonis (l’attore Michael B. Jordan) e non ha mai conosciuto suo padre, morto prima che egli nascesse.

Nato per combattere
Adonis è “nato per combattere”, come recita il sottotitolo del film. Buon sangue non mente, insomma. E al di là del motto che può sembrare banale, il pedigree è notevole e decisivo, poiché il ragazzo ha i pugni nel dna, lo dimostra fin da ragazzino nel riformatorio del prologo datato 1998, lo conferma 17 anni più avanti quando scopre il suo talento di boxeur autodidatta che lo spinge a lasciare un lavoro da dirigente finanziario. Insomma un predestinato. E affinché il destino compia il suo inevitabile corso, lascia la California e se ne va a Philadelphia a cercare proprio Rocky per farsi allenare da lui.

Il grande Balboa, sul quale il tempo ha depositato implacabili segni di stagionatura, sulle prime rifiuta, poi accetta. Un po’ per motivi sentimentali – in fondo glie lo deve, ad Apollo – un po’ perché intravede nel ragazzo della stoffa, assegnandogli il ruolo di destinatario ideale del messaggio paterno. Dal significato non solo sportivo ma anche umano.

Lotte sul ring e in terapia
Allenamenti, sudore, fatica, palestra, sacco, guantoni, pungiball. Adonis corre verso le sfide importanti, pure sentimentali quando s’innamora di una giovane cantante. Le dà e le prende, ma soprattutto le dà. Con Rocky, che si ammala di cancro e non vuole curarsi, si accende anche qualche scintilla, poi tutto rientra in una autentico patto di combattimento: se l’uno lotterà sul ring, l’altro lo farà con la terapia.

Fino al momento decisivo, quando il giovane Creed accetta di misurarsi con l’imbattuto campione del mondo in carica, forte soprattutto del proprio cognome, in un match molto mediatico e molto impari. Pronostico obbligato, risultato scontato. Forse.

Regia accesa e potente
Allo spettatore il compito di consumare un epilogo emotivamente denso, tumescente e sanguinoso. Sul quale, come del resto sull’intera vicenda, volteggia lo spirito del primo Rocky, con incastri, richiami, citazioni, reperti. Dirige Ryan Coogler, che non è John Avildsen ma ha ottenuto molti consensi con l’unico film girato finora, Prossima fermata Fruitvale Station, 2013, premiato al Sundance e al Certain Regard di Cannes.

Una regia accesa e potente, consolidata da una fotografia (dell’espertissima Maryse Alberti: ha affiancato nomi importanti da Apted a Scorsese, Raoul Ruiz, Laurie Anderson e altri) che alle armonie cromatiche affianca dei movimenti di macchina carichi di attivismo emozionale e di energia, in un completo dominio dello spazio.

Certo, il corso della storia visita tutti i luoghi tradizionali del cinema americano dell’affermazione e della conquista del successo. Vale per il pugilato come per il ballo e le altre pratiche di vita. Con schemi che si ripetono anche nei personaggi del maestro e dell’allievo, buoni in tutti i campi. Ma in un film come questo, in buona misura sorprendente e interamente compiuto, la replica di certi schemi gira tutta al positivo attraverso i dialoghi essenziali, le cadenze narrative ben equilibrate, il montaggio abile e serrato nella celebrazione dell’epica del cazzotto.

Un protagonista luminoso e solenne
Poi c’è Sylvester Stallone. Confesso di non aver stravisto per lui nel passato, anche remoto. Ma oggi, qua, è luminoso e solenne.

Gigantesco nella sua pratica d’attore e capace di tracciare una scia sfavillante lungo tutto il film, come fosse la coda di una cometa. Il suo tardo Balboa è un contenitore di sensazioni, malinconie, coraggio ed esperienza lungo il sunset boulevard del suo personaggio.

Disincantato rispetto a un presente che non sembra dovergli offrire nuovi stupori, poi rivitalizzato dall’arrivo del giovane Creed capace di restituirgli entusiasmi assopiti e regalargli prospettive inattese. Michael B. Jordan, da parte sua, nella luce di tanto riverbero, disegna un Adonis senza sbavature, puntuale nella recitazione muscolare, nel carattere testardo, nell’affetto che lo lega al suo maestro e, in fondo, alle sue stesse origini biologiche.

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